Il Ragnarök (“destino” o “crepuscolo degli dèi”) è l’evento escatologico centrale della mitologia norrena: la battaglia finale che vede gli dèi Asi affrontare le forze del caos — giganti, mostri e il lupo Fenrir — in uno scontro che porta alla distruzione del cosmo e, allo stesso tempo, alla sua rinascita (Edda poetica, Völuspá). Come archetipo europeo della fine del mondo e insieme della sua rinascita, il Ragnarök è al centro del confronto cross-culturale in Apocalisse e fine del mondo a confronto.
Il ciclo è preceduto dal Fimbulvetr, un inverno di tre anni senza estati intermedie, e dal collasso di ogni legame sociale e familiare. Fenrir, il lupo divino incatenato dagli dèi, si libera e divora Odino; suo figlio Víðarr vendica il padre uccidendo la bestia. Thor affronta il serpente di Midgard, Jörmungandr, uccidendolo ma soccombendo al suo veleno pochi passi dopo. Freyr cade contro il gigante di fuoco Surtr, che infine appicca il fuoco che consuma i nove mondi (Snorri Sturluson, Edda in prosa, Gylfaginning).
Nonostante la distruzione totale, la tradizione norrena non si conclude nella disperazione: dalle acque riemerge una terra nuova, verde e fertile; alcuni dèi sopravvivono o rinascono (tra cui Baldr, tornato dal regno dei morti), e due esseri umani, Líf e Lífthrasir, ripopolano il mondo rinnovato.
Il Ragnarök è per certi versi confrontabile con la Titanomachia greca — entrambi narrano un conflitto cosmico tra ordine divino e forze primordiali — ma se ne distingue per il suo carattere di ineluttabilità: gli dèi norreni conoscono in anticipo il proprio fato e scelgono comunque di affrontarlo con coraggio, un tema centrale dell’etica eroica scandinava.
Al fianco degli altri scontri, la Völuspá narra anche il duello mortale tra Heimdall, il vigile guardiano del ponte Bifröst, e Loki, l’artefice di gran parte delle sciagure che precipitano il mondo verso la fine: i due, acerrimi nemici, si uccidono a vicenda. Dal mare dei ghiacci salpa inoltre la nave Naglfar, costruita interamente con le unghie dei morti non tagliate, al comando del gigante Hrym, carica di eserciti pronti per la battaglia finale.
Tra i segni della rinascita, la Völuspá menziona il ritrovamento, tra l’erba della terra rinnovata, delle pedine d’oro con cui gli dèi giocavano nell’età dell’origine — un dettaglio che suggerisce il ritorno di un’epoca di pace e abbondanza, simmetrica e opposta rispetto al conflitto appena concluso.
Nonostante la portata apocalittica dello scontro, il Ragnarök non rappresenta, nella visione norrena, una fine assoluta e definitiva: dalle ceneri del vecchio mondo distrutto emerge una terra nuova e rigenerata, verdeggiante e fertile, popolata dai pochi dèi sopravvissuti (tra cui i figli di Thor e lo stesso Baldr, liberato dal regno dei morti) e da una coppia umana scampata al cataclisma nascosta nel legno dell’albero Yggdrasill, in un ciclo di distruzione e rinascita che riflette una concezione circolare, più che lineare, del tempo cosmico.
Questo mito è collegato anche a Zeus.
