Poche immagini attraversano le mitologie del mondo con la forza dell’idea che il mondo, così come lo conosciamo, possa finire. Ma “fine” non significa sempre la stessa cosa: può essere una battaglia definitiva che chiude un ciclo cosmico, la più recente di una serie di distruzioni già avvenute, un momento di rabbia divina sfiorato e poi sventato, o il fallimento di un primo tentativo di creazione che va disfatto per ricominciare.
Norrena
Il Ragnarök, il “crepuscolo degli dèi”, è l’evento escatologico per eccellenza: la battaglia finale in cui gli dèi Asi affrontano le forze del caos, incluso il lupo Fenrir che divora Odino, in uno scontro che distrugge il cosmo e insieme lo rigenera. È una fine definitiva e irripetibile, annunciata da segni precisi come il Fimbulvetr, l’inverno senza estati.
Azteca
Il mito dei Cinque Soli rovescia la logica dell’unicità: la distruzione non è un evento che deve ancora accadere ma qualcosa già avvenuto quattro volte, ciascuna delle quali ha chiuso un’era del mondo, il Sole dei giaguari, del vento, del fuoco e dell’acqua, per lasciare spazio alla successiva. Il mondo presente, il Quinto Sole, non è la fine della storia ma semplicemente l’ultima di una sequenza che potrebbe, in linea di principio, avere ancora un seguito.
Egizia
Il Libro della Vacca Celeste racconta una fine sfiorata piuttosto che compiuta: quando gli uomini complottano contro un Ra ormai invecchiato, il dio scatena la furia della leonessa Sekhmet per sterminare l’umanità, salvo poi pentirsi e fermarla con uno stratagemma prima che il massacro sia totale. È l’unico dei quattro miti in cui la fine del mondo viene evitata all’ultimo momento per decisione dello stesso dio che l’aveva scatenata.
Inca
Viracocha e la creazione degli uomini di pietra sposta ulteriormente il registro: qui la distruzione non chiude un’era del mondo attuale ma cancella un tentativo di creazione fallito, i primi uomini di pietra disobbedienti, per permettere a Viracocha di ricominciare da capo con un’umanità migliore. Non è quindi un’apocalisse nel senso di fine definitiva, ma una correzione divina che precede la storia conosciuta.
Persiana
Il Frashokereti, il grande rinnovamento finale descritto dalla cosmologia zoroastriana, introduce un registro ancora diverso: qui la fine non è una catastrofe improvvisa né un ciclo che si ripete identico, ma l’esito atteso e progressivo di una battaglia morale già in corso fin dalle origini del mondo tra Asha, la verità, e Druj, la menzogna. Secondo questa visione, alla fine dei tempi tre salvatori, i Saoshyant, nati miracolosamente dal seme conservato di Zarathustra, guideranno la resurrezione dei morti e il giudizio finale, dopo il quale il male sarà annientato per sempre e il mondo tornerà allo stato di perfezione originaria voluto da Ahura Mazda. A differenza del Ragnarök norreno, che distrugge per rigenerare, il Frashokereti non distrugge affatto: perfeziona, in un processo che culmina nella sconfitta definitiva di Angra Mainyu e nella fine irreversibile di ogni sofferenza.
Un confronto tra fine, ciclo, minaccia, correzione e rinnovamento
I cinque racconti mostrano come l’idea di “fine del mondo” si scomponga in registri profondamente diversi. Il Ragnarök è l’unico a presentare una distruzione totale e irripetibile del cosmo presente, mentre il mito azteco dei Cinque Soli trasforma la stessa idea in un ciclo che si è già ripetuto quattro volte, rendendo la catastrofe non eccezionale ma strutturale al tempo stesso. Il Libro della Vacca Celeste introduce un elemento assente altrove: la possibilità che la fine venga scongiurata proprio da chi l’ha provocata, rendendo Ra un dio che si pente prima di renderla irreversibile. Viracocha, infine, non distrugge un mondo compiuto ma un abbozzo imperfetto, spostando l’intera vicenda prima dell’inizio della storia umana come oggi viene raccontata: la sua non è un’apocalisse ma una bozza scartata. Il Frashokereti persiano, infine, si distingue da tutti gli altri per la sua natura non distruttiva: non è una fine che cancella o ricomincia, ma un compimento morale progressivo, l’esito atteso di un conflitto etico iniziato con la creazione stessa del mondo.
