Periodo storico
Ramayana composto in sanscrito attorno al V-IV secolo a.C. (attribuito al saggio Valmiki)
Fonti
Ramayana di Valmiki (VII libri, sanscrito); Valmiki, Ramayana; Tulsidas, Ramcharitmanas; UNESCO, patrimonio immateriale (Ramlila, 2008)

Rama

राम (Rāma)
Rama è il settimo avatar di Vishnu e protagonista del Ramayana: esiliato dal regno di Ayodhya, sconfigge il demone Ravana per liberare la moglie Sita, incarnando il modello ideale di virtù e dovere.

Rama è il protagonista del Ramayana, uno dei due grandi poemi epici della tradizione indiana insieme al Mahabharata, ed è venerato nell’induismo come la settima incarnazione (avatar) del dio Vishnu, disceso sulla terra per sconfiggere il demone Ravana e ristabilire il dharma, l’ordine cosmico e morale.

Figlio del re Dasharatha di Ayodhya e della regina Kaushalya, Rama dimostra fin da giovane il proprio valore quando, al fianco del saggio Vishwamitra, difende i sacrifici rituali dai demoni e riesce a piegare l’arco di Shiva durante il swayamvara (la cerimonia di scelta dello sposo) del regno di Mithila, conquistando così la mano della principessa Sita, ritenuta un’incarnazione della dea Lakshmi.

Alla vigilia dell’incoronazione come erede al trono, un intrigo di corte orchestrato dalla matrigna Kaikeyi — che reclama per il proprio figlio Bharata due antichi favori promessi dal re — costringe Rama a un esilio nella foresta di quattordici anni. Rama accetta la sentenza senza protestare, in un gesto che i testi presentano come il modello supremo di rispetto per la parola data dal padre e per il proprio dovere; lo seguono volontariamente Sita e il fratello devoto Lakshmana.

Durante l’esilio, il demone Ravana, per vendicare l’umiliazione inflitta dalla sorella Surpanakha, inganna Rama e Lakshmana facendo apparire il demone Maricha sotto le sembianze di un cervo d’oro per allontanarli, e rapisce Sita conducendola nella sua isola-regno di Lanka. Nella ricerca della moglie, Rama stringe alleanza con il re scimmia Sugriva, aiutandolo a riconquistare il trono di Kishkindha usurpato dal fratello Vali, e riceve in cambio l’appoggio dell’intero esercito delle scimmie, guidato dal fedelissimo Hanuman.

Individuata Lanka grazie all’impresa di Hanuman, che vi si reca in un solo balzo e incendia la città con la coda in fiamme dopo essere stato catturato, l’esercito delle scimmie costruisce un ponte di pietre galleggianti (il leggendario Rama Setu) per attraversare l’oceano fino all’isola. Segue una guerra titanica in cui Rama, dopo numerosi duelli e la morte di eroi come Kumbhakarna e Indrajit, uccide infine Ravana in singolar tenzone, ponendo fine al suo regno di terrore.

Liberata Sita, Rama ne mette pubblicamente in dubbio la purezza dopo la lunga prigionia, e la donna si sottopone volontariamente a una prova del fuoco (Agni Pariksha) dalla quale esce illesa, dimostrando la propria innocenza. Tornato ad Ayodhya al termine dei quattordici anni, Rama viene incoronato re, inaugurando il leggendario Rama Rajya, un regno di giustizia e prosperità perfette che l’induismo cita ancora oggi come modello ideale di buon governo; il suo ritorno trionfale è celebrato tradizionalmente come l’origine della festa delle luci, Diwali.

Nonostante il trionfo, alcuni testi successivi (l’Uttara Kanda) narrano come Rama, cedendo alle voci del popolo che dubitava ancora della fedeltà di Sita, sia costretto a esiliarla di nuovo, incinta, presso l’eremo del saggio Valmiki: un epilogo agrodolce che rende Rama, pur celebrato come maryada purushottama (l’uomo ideale per eccellenza), una figura capace anche di grande sacrificio personale in nome del dovere verso il regno.

La questione che il Ramayana pone attraverso Rama è quella del costo del dovere. Ogni sua decisione è formalmente corretta e umanamente devastante: accetta l’esilio per non far mentire il padre, sottopone Sita alla prova del fuoco per non lasciare dubbi al regno, la esilia poi per un pettegolezzo, uccide Vali da un nascondiglio per punire un torto. Il poema definisce questa condotta maryada purushottama, «l’uomo perfetto nei limiti», e la perfezione consiste appunto nel non uscire mai dai limiti del proprio ruolo, a qualunque prezzo personale.

La sua collocazione teologica come settimo avatar di Vishnu aggiunge una tensione: se il protagonista è un dio incarnato, la sua sofferenza è recitata o reale? Le tradizioni si dividono. La linea devozionale del Ramcharitmanas di Tulsidas accentua la divinità e attenua il dubbio; la tradizione che risale a Valmiki mantiene la dimensione umana e lascia aperte le contraddizioni, tanto che l’eroe piange, esita e sbaglia. Sul finale, il ritorno ad Ayodhya celebrato a Diwali chiude il cerchio narrativo ma non quello morale.

La sua figura ha una vita pubblica che va oltre la religione. Il Ram Rajya, il suo regno, è stato ripreso da Gandhi come immagine dello stato equo e in seguito adottato dalla politica identitaria indiana, con esiti opposti; il serial televisivo del 1987 lo rese un volto riconoscibile a ottanta milioni di spettatori; il Ramlila, la rappresentazione popolare del ciclo, è iscritto nel patrimonio immateriale UNESCO. La sua diffusione oltre l’India, dal Ramakien thailandese ai bassorilievi di Angkor, ne fa uno dei personaggi narrativi più condivisi al mondo.

Dettagli
Origine
Principe di Ayodhya, settimo avatar del dio Vishnu
Imprese principali
Esilio quattordicennale nella foresta per rispetto della parola del padre; alleanza con l'esercito di scimmie di Sugriva e Hanuman; guerra contro Ravana per liberare Sita; uccisione di Ravana con la freccia di Brahma; incoronazione e instaurazione del Rama Rajya, epoca di giustizia e prosperità.
Armi e oggetti magici
Arco divino di Vishnu; freccia di Brahma (Brahmastra)
Destino finale
Archetipo
Voci correlate
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