Il Ramayana (“il cammino di Rama”) è, insieme al Mahabharata, uno dei due grandi poemi epici (itihasa) della tradizione induista, attribuito tradizionalmente al saggio-poeta Valmiki. Composto in sanscrito probabilmente tra il IV secolo a.C. e il II secolo d.C. su un nucleo narrativo più antico, il poema si articola in sette libri (kanda) per un totale di circa 24.000 versi (shloka). Come grande poema epico-sacro che tramanda valori religiosi e morali attraverso le gesta di Rama, il Ramayana si affianca ad altri testi fondamentali esaminati in Testi sacri e parola divina a confronto.
Il poema narra la vita del principe Rama, settimo avatara di Vishnu, dal suo esilio ingiusto dal regno di Ayodhya al rapimento della sposa Sita da parte del demone Ravana, re di Lanka, fino alla guerra finale e al ritorno trionfale sul trono. Al centro dell’azione si staglia la figura di Hanuman, il generale scimmia la cui devozione (bhakti) verso Rama ne fa uno dei personaggi più amati dell’intero induismo, insieme al fedele alleato Sugriva, re delle scimmie di Kishkindha.
Oltre al valore narrativo, il Ramayana funge da testo fondativo dell’etica induista: Rama incarna il dharma del sovrano e del figlio ideale, Sita la fedeltà coniugale, mentre l’intera vicenda offre un modello di restaurazione dell’ordine cosmico e sociale minacciato dal caos demoniaco (adharma).
La sua influenza travalica i confini dell’India, diffondendosi in versioni regionali e in tutto il sud-est asiatico (dal Ramakien thailandese al Kakawin Ramayana giavanese), e resta tuttora un testo vivo, recitato, rappresentato e venerato in tutto il subcontinente indiano.
Il Ramayana attribuito a Valmiki conta circa ventiquattromila distici in sette libri, e la critica considera il primo e il settimo aggiunte successive al nucleo centrale. La sua caratteristica più rilevante non è però la forma originale ma la proliferazione: esistono decine di Ramayana in lingue e tradizioni diverse, e il saggio di A.K. Ramanujan intitolato «Trecento Ramayana» ha mostrato che il rapporto tra queste versioni non è di derivazione da un originale ma di conversazione reciproca.
Le varianti modificano il senso in modo sostanziale. Il Ramcharitmanas di Tulsidas, in hindi avadhi del XVI secolo, trasforma il poema in testo devozionale e attenua i passaggi problematici su Sita; il Kamba Ramayanam tamil amplifica il ruolo dei personaggi meridionali; il Ramakien thailandese e il Reamker cambogiano spostano l’accento sui compagni di Rama; le versioni giainiste rileggono Ravana come figura tragica anziché malvagia.
La diffusione geografica ha fatto del poema il testo condiviso di un’area che va dall’India all’Indonesia: i bassorilievi di Prambanan a Giava e di Angkor Wat in Cambogia ne illustrano le scene, il teatro delle ombre wayang lo mette in scena da secoli, e il serial televisivo indiano del 1987 ne fece un fenomeno di massa con audience stimate in ottanta milioni di spettatori. La tradizione narra che Valmiki abbia composto il poema dopo aver visto un cacciatore uccidere un uccello, e che il metro stesso sia nato dal suo grido di dolore.
Questo testo è collegato anche a Mahabharata.
