Periodo storico
Figura storica: III millennio a.C. (dinastia di Uruk); testi letterari: II-I millennio a.C.
Fonti
Epopea di Gilgamesh (versione standard babilonese, XII tavolette); Lista reale sumera

Gilgamesh

Bilgames (sumero) / Gilgameš (accadico)
Gilgamesh fu un leggendario re sumero di Uruk, protagonista del più antico poema epico conosciuto, l'Epopea di Gilgamesh, incentrato sulla sua amicizia con Enkidu e sulla ricerca dell'immortalità dopo la morte dell'amico.

Gilgamesh fu un leggendario re della città sumera di Uruk, protagonista dell’Epopea di Gilgamesh, il più antico poema epico giunto fino a noi, composto in lingua accadica a partire da tradizioni sumere più antiche e trasmesso su dodici tavolette d’argilla in scrittura cuneiforme (versione standard babilonese, compilata dallo scriba Sin-leqi-unninni).

Per placare la tirannia di Gilgamesh, gli dèi crearono Enkidu, un uomo selvaggio cresciuto tra gli animali della steppa, e lo civilizzarono attraverso l’unione con la sacerdotessa Shamhat. Dal loro scontro iniziale nacque una profonda amicizia che trasformò Gilgamesh, spingendolo a intraprendere imprese eroiche al fianco del nuovo compagno (Epopea di Gilgamesh, Tavole I-II).

Insieme, i due eroi si avventurarono nella Foresta dei Cedri per sconfiggere il mostruoso guardiano Humbaba, posto a protezione degli alberi sacri dal dio Enlil (Tavola V). Al ritorno, Gilgamesh respinse le avance della dea Ishtar, che per vendicare l’affronto scatenò contro Uruk il Toro Celeste; l’uccisione della bestia da parte dei due eroi segnò tuttavia l’inizio della loro rovina, poiché gli dèi decretarono la morte di Enkidu come punizione (Tavole VI-VII).

Sconvolto dalla morte dell’amico e terrorizzato dalla prospettiva della propria mortalità, Gilgamesh intraprese un lungo viaggio ai confini del mondo alla ricerca di Utnapishtim, l’unico uomo reso immortale dagli dèi per essere sopravvissuto al grande diluvio (Tavole IX-XI). Utnapishtim gli narrò la storia del diluvio universale — un racconto che presenta sorprendenti affinità con quello biblico di Noè — e gli rivelò l’esistenza di una pianta capace di restituire la giovinezza; Gilgamesh riuscì a procurarsela, ma un serpente gliela sottrasse mentre si bagnava durante il viaggio di ritorno, privandolo per sempre della possibilità di sconfiggere la morte.

Tornato a Uruk a mani vuote, Gilgamesh accettò infine la propria condizione mortale, trovando conforto nell’opera duratura della civiltà umana: le possenti mura della città, che il poema stesso invita il lettore a contemplare come testimonianza imperitura del suo regno (Tavola XI, epilogo).

Gilgamesh compare anche nella Lista reale sumera come quinto re della prima dinastia di Uruk dopo il diluvio, un dato che suggerisce un possibile nucleo storico dietro la figura leggendaria. Riscoperto in epoca moderna grazie al ritrovamento delle tavolette della biblioteca di Assurbanipal a Ninive (metà Ottocento), il poema è oggi considerato un testo fondativo della letteratura mondiale.

Il poema si apre e si chiude con un elogio delle mura di Uruk costruite da Gilgamesh, un dettaglio strutturale che incornicia l’intera vicenda: dopo aver inseguito invano l’immortalità fisica, il re torna a Uruk e invita il suo compagno di viaggio a salire sulle mura e ammirarne la solidità, suggerendo che sia proprio l’opera duratura lasciata alla propria città — più che la vita eterna del corpo — la forma di immortalità realmente accessibile a un essere umano.

Questa figura è collegata anche a Il diluvio universale: Gilgamesh e Deucalione a confronto, Il viaggio dell’eroe e Eracle.

Dettagli
Origine
Uruk, Mesopotamia meridionale (odierno Iraq)
Imprese principali
Sconfitta del guardiano Humbaba nella Foresta dei Cedri; uccisione del Toro Celeste inviato da Ishtar; viaggio fino ai confini del mondo per incontrare Utnapishtim, il sopravvissuto al diluvio, alla ricerca dell’immortalità.
Armi e oggetti magici
Ascia e spada divine donate dagli dèi; la pianta dell’eterna giovinezza (perduta)
Destino finale
Dopo aver fallito nella ricerca dell’immortalità, Gilgamesh accetta la propria mortalità e torna a Uruk, lasciando in eredità le mura della città come segno perenne della civiltà umana.
Archetipo
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