Il Mahabharata è, insieme al Ramayana, uno dei due grandi poemi epici dell’induismo, tradizionalmente attribuito al saggio Vyasa. Con i suoi oltre centomila versi, distribuiti in diciotto libri, è considerato uno dei testi poetici più lunghi mai composti al mondo, frutto di una stratificazione compositiva durata secoli.
Il poema narra il conflitto dinastico tra due rami di una stessa famiglia, i Pandava e i Kaurava, cugini in lotta per il trono del regno di Hastinapura, culminato nella grande e distruttiva battaglia di Kurukshetra, descritta come un evento cosmico capace di coinvolgere l’intero universo.
All’interno del poema è incastonata la Bhagavad Gita, uno dei testi filosofico-religiosi più influenti dell’induismo: un dialogo tra il principe guerriero Arjuna, in preda al dubbio prima della battaglia, e il suo auriga Krishna, ottavo avatara di Vishnu, che gli rivela la natura del dovere (dharma), dell’azione distaccata e della devozione.
Testo sacro e insieme monumento letterario, il Mahabharata ha profondamente plasmato l’etica, la religione e l’immaginario culturale dell’India per oltre due millenni, e resta tuttora una delle fonti principali per comprendere la cosmologia e la teologia induiste.
Il Mahabharata è il poema più lungo che si conosca: circa centomila distici, otto volte l’Iliade e l’Odissea sommate, stratificati tra il IV secolo a.C. e il IV d.C. La sua estensione non è accidentale ma programmatica, e il testo lo dichiara: «ciò che è qui si trova altrove, ciò che non è qui non si trova in nessun luogo». L’edizione critica di Pune, condotta tra il 1919 e il 1966 collazionando oltre mille manoscritti, ha impegnato generazioni di filologi.
Il poema è costruito come contenitore universale: oltre al conflitto centrale, vi sono inseriti trattati di diritto, cosmologia, teoria politica, il frullamento dell’Oceano di Latte, il diluvio di Manu e la storia di Nala e Damayanti, ancora priva di una voce propria in questa enciclopedia nonostante sia tra le più celebri storie d’amore della letteratura sanscrita.
La sua differenza dal Ramayana è di impostazione morale: dove il Ramayana propone modelli di condotta, il Mahabharata mette in scena l’ambiguità del dharma, con personaggi che agiscono correttamente e ottengono esiti disastrosi, e con una vittoria finale che il poema stesso presenta come rovina. La conclusione, in cui i Pandava salgono verso la liberazione e Yudhishthira rifiuta il paradiso senza il proprio cane, è coerente con questa impostazione: la giustizia non coincide con il successo.
Il dharma di casta ed età al centro dell’insegnamento di Krishna
Il dubbio di Arjuna prima della battaglia non è un semplice scrupolo morale individuale, ma nasce da un conflitto tra doveri contrastanti — quello del guerriero e quello verso i propri parenti — che la Gita risolve richiamando il concetto di dharma legato alla casta e alla fase della vita di ciascuno, un tema approfondito nel percorso Il dharma e i doveri secondo casta ed età. Per Krishna, agire secondo il proprio dharma di kshatriya (guerriero), anche quando ciò comporta uccidere parenti e maestri, è preferibile a un’inazione che tradirebbe il proprio ruolo sociale e cosmico.
Vyasa e Ganesha: la leggenda della dettatura del poema
Una tradizione narrativa racconta che Vyasa, incapace di scrivere abbastanza velocemente da tenere il passo con la propria composizione, chiese al dio dalla testa d’elefante Ganesha di trascriverla sotto dettatura; questi accettò a condizione che il saggio non si fermasse mai, e Vyasa acconsentì a patto che Ganesha comprendesse ogni verso prima di trascriverlo, inserendo di tanto in tanto passaggi volutamente oscuri per prendersi una pausa di riflessione. Ganesha non dispone ancora di una voce propria come divinità in questa enciclopedia, sebbene compaia indirettamente nella voce dedicata a La nascita di Ganesha.
