Eracle (in latino Hercules) è il più celebre eroe della mitologia greca, figlio di Zeus e della mortale Alcmena. Fin dalla nascita fu perseguitato dall’odio di Era, moglie legittima di Zeus, che gli scatenò contro due serpenti nella culla — episodio che Eracle superò strangolandoli con le proprie mani ancora infante (Apollodoro, Biblioteca, II.4.8).
Reso folle da Era in età adulta, uccise i propri figli; per espiare il crimine, l’oracolo di Delfi gli impose di servire per dodici anni il re Euristeo di Micene, che gli assegnò le celebri Dodici Fatiche: dall’uccisione del leone di Nemea e dell’Idra di Lerna, alla cattura del cinghiale Erimanto, fino alla discesa nell’Ade per catturare Cerbero (Apollodoro, Biblioteca, II.5.1-12).
Completate le fatiche, Eracle partecipò a numerose altre imprese: la spedizione degli Argonauti, la guerra di Troia sotto Laomedonte, e la Gigantomachia al fianco degli dèi olimpi, nella quale il suo intervento fu decisivo per la vittoria (Esiodo, Teogonia, vv. 950-955).
Morì avvelenato dalla camicia intrisa nel sangue del centauro Nesso, offertagli in buona fede dalla moglie Deianira; consumato dal dolore, si fece innalzare una pira sul monte Eta e, al momento della cremazione, fu accolto sull’Olimpo da Zeus e reso immortale, sposando Ebe (Sofocle, Le Trachinie).
Ciascuna delle Fatiche presenta caratteristiche peculiari: contro il leone di Nemea, la cui pelle era impenetrabile alle armi, Eracle dovette soffocarlo a mani nude, indossandone poi la pelliccia come armatura; contro l’Idra di Lerna, capace di rigenerare due teste per ognuna recisa, si avvalse dell’aiuto del nipote Iolao, che cauterizzava i monconi con il fuoco per impedirne la ricrescita (Apollodoro, Biblioteca, II.5.1-2).
Al termine del suo peregrinare verso i confini del mondo conosciuto, per recuperare i buoi di Gerione, Eracle eresse le cosiddette Colonne d’Ercole, identificate dalla tradizione classica con gli stretti di Gibilterra, segnando simbolicamente il limite tra il mondo abitato e l’oceano sconosciuto.
Eracle fu venerato in tutto il mondo greco non solo come eroe ma come “eroe-dio” (heros theos), una delle poche figure a ricevere una duplice natura cultuale, attestata sia da sacrifici di tipo eroico sia da riti propriamente divini. I Romani lo adottarono come Hercules, patrono dei mercanti e dei viaggiatori, mentre gli Etruschi lo veneravano come Hercle, integrandolo profondamente nel proprio pantheon.
Al termine della propria vita mortale, Eracle muore avvelenato senza saperlo dalla propria seconda moglie Deianira, ingannata dal centauro morente Nesso che le aveva fatto credere filtro d’amore il proprio sangue mescolato al veleno dell’Idra; consumato dal dolore lancinante di una veste intrisa di quel sangue, Eracle si fa erigere una pira funebre sul monte Eta e vi si getta volontariamente tra le fiamme, che lo liberano infine dal corpo mortale permettendogli di ascendere all’Olimpo, dove viene accolto tra gli dèi e sposa la dea della giovinezza Ebe.
Questa figura è collegata anche a Edda poetica e Sigurd.
