Periodo storico
Epopea di Gilgamesh (II millennio a.C.)
Fonti
Epopea di Gilgamesh; Epopea di Gilgamesh, tavolette I-II e VII

Shamhat

Shamhat (accadico)
Shamhat è la sacerdotessa di Ishtar incaricata di civilizzare Enkidu, l’uomo selvaggio creato dagli dèi. Dopo averlo sedotto, lo introduce alla civiltà umana e lo conduce a Uruk.

Shamhat è, nell’Epopea di Gilgamesh, la sacerdotessa del tempio della dea Ishtar incaricata di civilizzare l’uomo selvaggio Enkidu, creato dagli dèi per contrastare la tirannia di Gilgamesh su Uruk.

Inviata nella steppa dove Enkidu vive tra gli animali selvatici, Shamhat lo seduce trascorrendo con lui sei giorni e sette notti: l’unione con la donna priva Enkidu della propria natura ferina, tanto che dopo l’incontro le gazzelle e le altre bestie con cui viveva fuggono impaurite dalla sua presenza, non riconoscendolo più come uno dei loro. Consapevole del cambiamento avvenuto, Shamhat gli insegna allora a vestirsi, a nutrirsi di pane e birra come un essere umano civilizzato, e lo accompagna infine a Uruk, dove avviene il celebre incontro-scontro con Gilgamesh che darà inizio alla loro grande amicizia.

La figura di Shamhat riflette il ruolo sociale delle sacerdotesse del tempio nella Mesopotamia antica e rappresenta, nel poema, la civiltà stessa nel suo confronto con la natura selvaggia: è attraverso di lei che il mito di Gilgamesh pone la domanda su cosa distingua l’essere umano dall’animale, individuando proprio nella cultura, nel linguaggio e nella compagnia sociale la vera soglia della civilizzazione.

Shamhat è una figura senza equivalenti nei poemi epici antichi: non un’eroina né una tentatrice punita, ma lo strumento consapevole di un progetto politico. È il consiglio degli anziani di Uruk a inviarla nella steppa, perché la forza bruta non basta a domare Enkidu; la sua funzione è quella di un’ambasciatrice, e il poema le riconosce esplicitamente il merito della civilizzazione dell’uomo selvatico. Prima di raggiungere Uruk, Shamhat conduce Enkidu all’accampamento di alcuni pastori, dove l’uomo selvatico apprende a montare la guardia notturna contro lupi e leoni che minacciano il bestiame, mettendo per la prima volta la propria forza al servizio di una comunità anziché della sola sopravvivenza: un passaggio intermedio, tra la steppa e la città, che il poema dedica proprio a lei come mediatrice. La sua condizione di harimtu — termine tradotto a lungo come «prostituta sacra», oggi discusso dagli assiriologi che ne sottolineano lo statuto sacerdotale legato al culto di Ishtar — la colloca dentro un’istituzione templare, non ai margini. Enkidu morente la maledice per averlo strappato alla steppa, poi ritratta e la benedice: il poema lascia aperta la questione se la civilizzazione sia stata un dono o una condanna.

Il tema della civilizzazione tramite l’unione con una figura femminile legata al culto templare non è isolato nella letteratura mesopotamica: motivi affini, seppur con esiti diversi, ricorrono nei racconti su Ishtar stessa come mediatrice tra ordine divino e mondo umano, confermando quanto il tempio della dea fosse percepito, nell’immaginario sumero-accadico, come luogo di passaggio simbolico tra natura e società organizzata.

Dettagli
Origine
Mortale, sacerdotessa del tempio di Ishtar a Uruk
Imprese principali
Civilizzazione di Enkidu, che lo separa dalla vita selvaggia e lo conduce a Uruk da Gilgamesh
Armi e oggetti magici
Destino finale
Archetipo
Voci correlate
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