L’Epopea di Gilgamesh è il più antico grande poema epico giunto fino a noi, le cui origini affondano in racconti sumerici indipendenti su re Gilgamesh risalenti al III millennio a.C., poi fusi e sviluppati in lingua accadica fino a raggiungere, verso il 1200 a.C. circa, la cosiddetta “Versione Standard” in dodici tavolette attribuita allo scriba babilonese Sin-leqi-unninni.
Il ritrovamento più importante del testo avvenne nella biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive, riportata alla luce dagli archeologi britannici a metà dell’Ottocento: fu l’assiriologo George Smith, nel 1872, a decifrare per primo la tavoletta undicesima, riconoscendovi con enorme sensazione un racconto del diluvio universale sorprendentemente simile a quello biblico di Noè, una scoperta che sconvolse il mondo accademico vittoriano e diede impulso decisivo agli studi assiriologici moderni.
Il poema narra l’amicizia tra il re di Uruk, Gilgamesh, e l’uomo selvaggio Enkidu, le loro imprese eroiche contro il guardiano Humbaba e il Toro Celeste, e il viaggio di Gilgamesh alla ricerca dell’immortalità dopo la morte dell’amico, culminante nell’incontro con il sopravvissuto al diluvio Utnapishtim. Al di là della sua importanza storica e archeologica, l’Epopea di Gilgamesh è oggi considerata anche la prima grande riflessione letteraria della storia umana sul tema della mortalità, dell’amicizia e del significato dell’eredità che un uomo lascia dietro di sé.
La tradizione testuale dell’Epopea si articola su almeno tre stadi compositivi: il più antico è un ciclo di poemi sumerici indipendenti, ciascuno dedicato a un singolo episodio, risalente alla fine del III millennio; segue una versione accadica antico-babilonese, di cui restano frammenti che si aprono con le parole «Colui che superò tutti gli altri re»; infine la versione standard qui descritta, oggi conservata al British Museum di Londra.
La struttura della versione standard è quella di una parabola in due metà speculari: nella prima Gilgamesh conquista con Enkidu tutto ciò che la forza può ottenere, uccidendo Humbaba e il Toro Celeste; nella seconda perde tutto, e il viaggio verso Utnapishtim si conclude con il fallimento della prova del sonno e la perdita della pianta dell’immortalità, rubata da un serpente. La dodicesima tavoletta, che traduce un poema sumerico indipendente, è considerata dagli studiosi un’aggiunta successiva perché contraddice l’epilogo. Il testo continua a essere integrato: nuovi frammenti vengono pubblicati ancora oggi.
Questo testo è collegato anche a Shamhat.
Un ritrovamento drammatico: George Smith e la tavoletta del diluvio
La riscoperta moderna del poema ha essa stessa il sapore di un racconto epico: secondo un resoconto tramandato dai suoi stessi colleghi, l’assiriologo George Smith, decifrando nel 1872 la tavoletta undicesima davanti alla Society of Biblical Archaeology di Londra e rendendosi conto in tempo reale di avere di fronte un racconto del diluvio pre-biblico, si sarebbe alzato in preda all’eccitazione e avrebbe iniziato a spogliarsi degli abiti. Né George Smith né il re assiro Assurbanipal, nella cui biblioteca di Ninive fu ritrovata la tavoletta, dispongono ancora di una voce propria in questa enciclopedia, nonostante il ruolo decisivo di entrambi nella trasmissione del testo fino a noi.
Il viaggio di Gilgamesh nel percorso tematico della ricerca dell’immortalità
La seconda metà del poema, dedicata interamente al tentativo di Gilgamesh di sconfiggere la propria mortalità dopo la morte di Enkidu, è un caso fondativo del percorso tematico La ricerca dell’immortalità: a differenza di molti eroi che ottengono l’immortalità come ricompensa, Gilgamesh fallisce due volte, prima addormentandosi durante la prova del sonno e poi lasciandosi rubare da un serpente la pianta ringiovanente, tornando a Uruk non con la vita eterna ma con la sola consapevolezza della propria condizione umana.
