Enlil è, nella religione mesopotamica, il dio del vento, dell’aria e delle tempeste, e per gran parte della storia sumerica il sovrano supremo del pantheon, signore della città sacra di Nippur, dove il suo tempio, l’Ekur (“casa della montagna”), era considerato il centro cerimoniale dell’intero cosmo.
Secondo il mito cosmogonico sumerico, è Enlil a separare il cielo (An) dalla terra (Ki), rendendo possibile l’esistenza del mondo abitabile e l’emergere della vita. La sua figura è tuttavia segnata anche da un tratto severo e imprevedibile: infastidito dal chiasso crescente dell’umanità, che gli impedisce di riposare, Enlil decreta il grande diluvio destinato a spazzare via l’intera razza umana, un piano che viene però contrastato dal dio della saggezza Enki (Ea), il quale avverte in segreto Utnapishtim permettendogli di costruire un’arca e sopravvivere con la propria famiglia.
Nonostante l’ira iniziale per essere stato contraddetto, Enlil finisce per accettare la sopravvivenza dell’umanità e concede egli stesso l’immortalità a Utnapishtim e alla moglie, riconoscendo il valore della pietà dimostrata da Enki: un episodio che rivela la natura ambivalente di Enlil, temuto sovrano capace di ira devastante ma anche, in ultima analisi, garante di un ordine cosmico che si ricompone dopo la catastrofe.
Prima dell’ascesa di Babilonia, Enlil era il vero sovrano del pantheon sumerico, e il suo tempio a Nippur, l’Ekur, funzionava come sede di legittimazione politica: nessun re della Mesopotamia meridionale poteva considerarsi tale senza il riconoscimento dei sacerdoti di Nippur, e le iscrizioni reali si aprono con la formula che attribuisce a Enlil la concessione del regno. La sua marginalizzazione a favore di Marduk nell’Enuma Elish non è un dato teologico neutro ma il riflesso dello spostamento del potere da Nippur a Babilonia.
La sua figura è insieme benefica e temibile. A lui si attribuisce l’invenzione dell’aratro e la separazione del cielo dalla terra, ma anche la decisione di distruggere l’umanità col diluvio, narrata nel poema di Atrahasis e ripresa nell’Epopea di Gilgamesh: il motivo è il rumore insopportabile prodotto dagli uomini troppo numerosi, e il salvataggio di Utnapishtim avviene contro la sua volontà, per iniziativa di Enki. Un altro racconto lo mostra esiliato negli inferi per aver violato la dea Ninlil, che lo segue nel mondo sotterraneo: un mito insolito perché mette il sovrano degli dèi in una condizione di colpa e di espiazione.
L’esilio negli inferi e la nascita di Nanna-Sin
Il mito noto come “Enlil e Ninlil” racconta l’episodio con maggiore dettaglio: presso un canale nei pressi di Nippur, Enlil si unisce con violenza alla giovane Ninlil, e per questa colpa l’assemblea degli dèi lo condanna all’esilio nel mondo sotterraneo. Ninlil, incinta del dio della luna Nanna-Sin, lo segue negli inferi per non separarsene: ma poiché un figlio concepito e destinato a nascere nel regno dei morti vi resterebbe intrappolato per sempre, Enlil assume tre volte l’aspetto di un custode delle porte infernali, generando con Ninlil tre divinità sostitutive che restano nell’oltretomba al posto del figlio, permettendo così a Nanna-Sin di risalire alla luce e prendere il proprio posto in cielo. Il racconto, insolito per il modo in cui espone il sovrano degli dèi a colpa e sotterfugio, è stato letto dagli studiosi come una riflessione sul prezzo che va pagato per garantire la continuità della vita fuori dal regno della morte.
La Tavola dei Destini e il furto di Anzu
Come sovrano supremo del pantheon, Enlil è custode della Tavola dei Destini, l’oggetto sacro che stabilisce l’ordine cosmico e conferisce a chi la possiede l’autorità di decretare il fato degli dèi, dei re e degli uomini. In uno degli episodi più drammatici della mitologia mesopotamica, il mostruoso uccello Anzu approfitta di un momento di distrazione di Enlil, forse mentre si bagna, per sottrargli la Tavola e fuggire sulle montagne, gettando il cosmo nel caos e sospendendo l’esercizio stesso della sovranità divina finché un campione degli dèi non riesce a recuperarla con la forza. L’episodio, prima ancora che un racconto d’avventura, è una riflessione sulla fragilità del potere legittimo quando il simbolo che lo sostiene può essere rubato con l’inganno.
