Periodo storico
Epopea di Gilgamesh (II millennio a.C.)
Tipologia
Divinità maggiore
Domini
Riferimenti
Inanna (sumera); Afrodite (greca); Venere (romana)
Fonti
Epopea di Gilgamesh; Enuma Elish; Epopea di Gilgamesh, tavoletta VI; Discesa di Inanna agli inferi

Ishtar

Ištar (accadico); Inanna (sumero)
Ishtar è la dea dell’amore, della fertilità e della guerra, tra le divinità più importanti del pantheon mesopotamico. Nell’Epopea di Gilgamesh scatena il Toro Celeste dopo essere respinta dall’eroe.

Ishtar (nota anche con il nome sumerico Inanna) è la dea mesopotamica dell’amore, della fertilità, della guerra e del pianeta Venere, una delle divinità più venerate e complesse dell’intero pantheon babilonese e assiro, capace di incarnare insieme gli aspetti più opposti dell’esistenza: passione amorosa e furore bellico, generosità e vendetta.

Il mito più celebre legato a Ishtar è la sua discesa nel regno dei morti per sfidare la sorella Ereshkigal, sovrana degli inferi: attraversando le sette porte del mondo sotterraneo, Ishtar è costretta a spogliarsi di un capo di vestiario e di un ornamento a ogni soglia, giungendo infine nuda e priva di ogni potere al cospetto della sorella, che la fa uccidere e appendere a un gancio. Solo grazie all’intervento del dio Enki, che crea due esseri asessuati capaci di impietosire Ereshkigal, Ishtar viene resuscitata e riportata in vita, a patto di trovare un sostituto che prenda il proprio posto negli inferi: la scelta ricade sul consorte Dumuzi (Tammuz), colpevole di non averne pianto la scomparsa, il cui destino di morte e rinascita ciclica viene poi condiviso per metà anno con la sorella Geshtinanna, in un mito che i mesopotamici associavano al ciclo stagionale della vegetazione.

Nell’Epopea di Gilgamesh, Ishtar propone matrimonio all’eroe Gilgamesh, che la respinge sdegnosamente ricordandole il triste destino toccato ai suoi precedenti amanti; offesa, la dea ottiene dal padre Anu il terribile Toro Celeste per punire Uruk, ma la bestia viene uccisa da Gilgamesh e dall’amico Enkidu, un affronto che gli dèi puniranno poi con la morte dello stesso Enkidu.

La combinazione di attributi che Ishtar riunisce — amore e guerra — non è una contraddizione ma il tratto che ne definisce la potenza: è la dea del desiderio in quanto forza che travolge l’ordine, e la guerra è la stessa energia applicata al campo di battaglia. Gli inni la descrivono come «leonessa» e la raffigurano armata, in piedi su un leone, con la stella a otto punte di Venere sul capo. La sua natura astrale spiega la duplicità: Venere appare come stella del mattino e della sera, e i testi assegnano alla prima l’aspetto guerriero, alla seconda quello amoroso.

Il suo rapporto con gli eroi è distruttivo per definizione. Nell’Epopea di Gilgamesh propone all’eroe di sposarla; lui rifiuta elencando la sorte dei precedenti amanti — Dumuzi pianto ogni anno, il pastore trasformato in lupo, il giardiniere in rospo — e la dea ottiene da Anu il Toro Celeste per vendicarsi, provocando indirettamente la morte di Enkidu. La sua discesa negli inferi presso Ereshkigal costa la vita a Dumuzi, consegnato come sostituto: intorno a Ishtar il desiderio produce sistematicamente un morto, e questa è la lezione che il poema affida al rifiuto di Gilgamesh.

Dettagli
Dimora
Animali sacri
Leone
Torna in alto