Enkidu è, nell’Epopea di Gilgamesh, l’uomo selvaggio creato dalla dea Aruru dall’argilla, su richiesta degli altri dèi stanchi delle prepotenze del re Gilgamesh su Uruk: plasmato come un doppio e rivale in grado di eguagliarne la forza e contenerne la tracotanza, Enkidu vive dapprima allo stato brado nella steppa, tra le mandrie di animali selvatici, coperto di lunghi capelli e ignaro della civiltà umana.
Civilizzato dalla sacerdotessa Shamhat, che lo introduce al cibo, alle vesti e al linguaggio umano, Enkidu si reca a Uruk dove affronta Gilgamesh in un violento duello alle porte della città; nessuno dei due riesce a prevalere sull’altro, e dallo scontro nasce un’amicizia fraterna che trasformerà entrambi, spingendoli a compiere insieme imprese memorabili, dall’uccisione del guardiano Humbaba nella Foresta dei Cedri fino all’abbattimento del Toro Celeste inviato dalla dea Ishtar.
Proprio per aver ucciso Humbaba e il Toro Celeste, gli dèi decretano che uno dei due amici debba morire, e la sorte cade su Enkidu, che si spegne lentamente dopo una lunga agonia, non prima di maledire, e poi benedire nuovamente, la sacerdotessa Shamhat che lo aveva reso umano. La morte di Enkidu segna il punto di svolta dell’intera epopea: sconvolto dal lutto e terrorizzato dalla prospettiva della propria mortalità, Gilgamesh intraprende da quel momento il lungo viaggio alla ricerca dell’immortalità che occupa la parte finale del poema.
La costruzione del personaggio di Enkidu segue un percorso in tre stadi che ne fa il vero contraltare teorico di Gilgamesh: creato dall’argilla per bilanciare la tirannia del re, vive prima come animale tra le gazzelle, poi è civilizzato da Shamhat, infine diventa amico e pari del sovrano. Il poema costruisce così una teoria della regalità: il potere assoluto va temperato non dalla legge ma dall’affetto, e ciò che riesce a fermare gli abusi di Gilgamesh non è una norma ma un amico.
La sua morte è l’evento che trasforma il poema in una riflessione sulla mortalità. Colpito da una malattia inviata dagli dèi per la parte avuta nell’uccisione di Humbaba e del Toro Celeste, Enkidu muore lentamente dopo aver raccontato un sogno del mondo sotterraneo, dove i re siedono senza corona e la polvere è cibo. È questa agonia — non una battaglia — a spingere Gilgamesh nel viaggio verso Utnapishtim. Il lamento funebre che il re pronuncia su di lui è considerato uno dei testi più antichi che esprimano il dolore per la perdita di una persona amata.
La discesa negli inferi per il pukku e il mikku
Un poema sumerico indipendente dall’epopea accadica, noto come “Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi”, racconta un episodio distinto: quando la palla (pukku) e la mazza (mikku) di Gilgamesh, ricavate da un albero donato dalla dea Inanna, cadono accidentalmente nel mondo sotterraneo, è Enkidu a offrirsi di recuperarle. Gilgamesh lo avverte di rispettare i tabù dei morti — non indossare vesti pulite né sandali, non profumarsi, non gridare, non farsi notare — ma Enkidu li infrange tutti, e gli inferi lo trattengono per sempre. Solo grazie all’intercessione del dio del sole presso Enki, il fantasma di Enkidu può risalire brevemente in superficie per raccontare a Gilgamesh cosa attende i morti, in un dialogo che anticipa i temi della ricerca dell’immortalità sviluppati poi nell’epopea maggiore.
Il verdetto dell’assemblea divina
La condanna di Enkidu non è una punizione automatica ma il risultato di un vero e proprio processo tra gli dèi: secondo le versioni del poema, Anu ed Enlil chiedono la morte di uno dei due amici per aver ucciso Humbaba e il Toro Celeste, mentre Shamash tenta di difendere Enkidu ricordando che l’uccisione del guardiano della Foresta dei Cedri era stata compiuta anche per suo esplicito incoraggiamento. Il compromesso raggiunto dall’assemblea, che riconosce le colpe di entrambi ma fa ricadere la pena sul solo Enkidu, riflette pratiche giuridiche mesopotamiche reali, dove la responsabilità collettiva di un’azione poteva comunque essere scaricata su un singolo capro espiatorio.
