Periodo storico
Fonti
Epopea di Gilgamesh; Huainanzi; Sima Qian, Shiji, «Annali di Qin Shi Huang»

La ricerca dell’immortalità

La ricerca dell'immortalità confronta il viaggio di Gilgamesh verso Utnapishtim e la vicenda di Houyi e Chang'e, due percorsi in cui l'eroe sfiora l'eternità solo per perderla, accettando infine la mortalità.

La ricerca dell’immortalità è uno dei percorsi narrativi più antichi e universali della mitologia umana, un cammino che conduce quasi sempre a un fallimento carico di significato: la scoperta che l’immortalità è riservata agli dèi, mentre agli uomini spetta accettare la propria natura mortale, spesso trovando un surrogato di eternità nella gloria, nella discendenza o nel racconto stesso della propria impresa.

L’esempio più celebre è quello di Gilgamesh, re di Uruk, che dopo la morte dell’amico Enkidu intraprese un lungo viaggio fino a Utnapishtim, l’unico uomo reso immortale dagli dèi dopo il diluvio universale, sperando di scoprirne il segreto. Ottenuta infine una pianta capace di restituire la giovinezza, Gilgamesh se la vide rubare da un serpente proprio mentre riposava lungo il viaggio di ritorno, perdendo per sempre l’occasione di sconfiggere la morte.

Nella mitologia cinese, il tema si ripete in forma diversa attraverso la vicenda dell’arciere Hou Yi, privato dell’immortalità dal Dio Supremo per aver ucciso nove dei suoi figli-sole, e capace di recuperarla solo grazie a un elisir concesso dalla Regina Madre d’Occidente Xiwangmu. Anche in questo caso, però, il premio sfugge al protagonista: fu la moglie Chang’e a bere l’elisir, ascendendo sola alla luna, mentre Houyi restò per sempre separato da lei sulla terra.

La declinazione cinese del tema si distingue per il suo esito storico: la ricerca dell’immortalità non resta racconto ma diventa programma di stato. Qin Shi Huang inviò spedizioni navali verso l’arcipelago di Penglai per procurarsi l’elisir, e la tradizione vuole che morisse avvelenato dai composti di mercurio somministrati dai suoi alchimisti come farmaco di lunga vita; Han Wudi finanziò ricerche analoghe e culti a Xiwangmu, custode delle pesche che maturano ogni tremila anni. Da questo intreccio di mito e sperimentazione nasce la duplice via dell’alchimia taoista: quella esterna, waidan, che cerca l’elisir nei minerali, e quella interna, neidan, che lo cerca nella trasmutazione dei soffi vitali del corpo. La differenza rispetto al fallimento di Gilgamesh è sostanziale: in Cina l’immortalità è considerata tecnicamente raggiungibile, e l’insuccesso viene attribuito all’errore dell’operatore anziché a un limite invalicabile della condizione umana.

Entrambe le narrazioni condividono una struttura profonda: l’eroe si avvicina all’immortalità solo per vederla sfuggire all’ultimo istante, un esito che riflette una concezione condivisa da culture lontanissime tra loro, secondo cui la mortalità non è una condanna da correggere, ma la condizione fondamentale e ineludibile dell’esistenza umana.

India: l’amrita e l’inganno che priva Rahu dell’immortalità completa

Un’ulteriore variazione sul tema viene dal mito indiano del frullamento dell’Oceano di Latte, in cui dèi e demoni collaborano per secoli pur di produrre l’amrita, il nettare capace di conferire l’immortalità: ottenuto il liquido, però, non tutti riescono a berne. L’asura Rahu si intrufola tra gli dèi travestito e riesce a inghiottirne un sorso, ma il Sole e la Luna lo denunciano prima che il nettare gli scenda in gola, e Vishnu gli recide la testa con il disco Sudarshana proprio in quell’istante: la testa, già toccata dall’amrita, resta immortale, mentre il corpo decapitato muore, condannando Rahu a sopravvivere per sempre come sola testa vagante nei cieli, causa mitologica delle eclissi. Anche qui, come per Gilgamesh e Houyi, l’immortalità sfugge nel momento stesso in cui sembra conquistata, sebbene con un esito ancora più paradossale: ottenuta solo a metà.

Il caso assente di Titone: quando l’immortalità diventa una condanna

Manca ancora, in questa enciclopedia, una voce dedicata a Titone, il principe troiano amato dalla dea dell’aurora Eos, anch’essa priva di una scheda propria: la tradizione greca vuole che Eos ottenesse da Zeus l’immortalità per il proprio amato, dimenticando però di chiedere anche l’eterna giovinezza, così che Titone continuò a invecchiare senza mai poter morire, fino a raggrinzirsi in una creatura sempre più minuscola che la pietà degli dèi trasformò infine in cicala. Il mito ribalta la struttura vista finora: non è l’immortalità a sfuggire ai protagonisti, ma la sua ottenuta parziale è essa stessa la punizione, un monito su quanto la richiesta rivolta agli dèi debba essere formulata con precisione assoluta.

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