Micene è, nella mitologia e nella storia greca, l’antica città fortificata del Peloponneso che diede il nome all’intera civiltà micenea, sede del leggendario re Agamennone, comandante supremo della coalizione achea che marciò contro Troia.
Le sue imponenti mura ciclopiche, costruite con blocchi di pietra talmente massicci da far pensare ai greci successivi che solo i Ciclopi avessero potuto erigerle, e la celebre Porta dei Leoni, sono ancora oggi visibili e testimoniano la potenza politica e militare della città nell’età del Bronzo.
La dinastia regnante di Micene, gli Atridi, è al centro di uno dei cicli mitologici più cupi e sanguinosi della tradizione greca: la maledizione familiare, che affonda le radici in generazioni di tradimenti e vendette, culmina con l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra al suo ritorno da Troia, e con la successiva vendetta del figlio Oreste.
Le scoperte archeologiche del XIX secolo, in particolare gli scavi di Heinrich Schliemann che portarono alla luce le celebri “tombe a tholos” e la cosiddetta maschera funebre di Agamennone, confermarono che dietro le leggende omeriche si celava una civiltà storica reale, sebbene l’identificazione precisa dei singoli sovrani con figure mitologiche resti oggetto di dibattito scientifico.
Le radici della maledizione: il banchetto di Atreo
Le origini della maledizione affondano ancora più indietro, nella generazione precedente a quella di Agamennone: suo padre Atreo, in lotta con il fratello Tieste per il trono di Micene dopo che questi gli aveva sedotto la moglie, finge una riconciliazione e lo invita a un banchetto in cui gli serve le carni dei propri figli, uccisi e cucinati a sua insaputa. Quando Tieste scopre l’orrore compiuto, scaglia sull’intera discendenza di Atreo una maledizione che si tramanderà di generazione in generazione, dal sacrificio di Ifigenia voluto dallo stesso Agamennone per propiziare la partenza della flotta verso Troia, fino al suo assassinio e alla vendetta di Oreste raccontati poco sopra. Il banchetto di Tieste, tra i miti più efferati dell’intera tradizione greca, fornirà ai tragediografi ateniesi — da Eschilo a Euripide — la spiegazione remota di un male che sembra scorrere nel sangue stesso della casata regnante di Micene, ancora visibile nelle rovine della Porta dei Leoni.
Il Cerchio delle Tombe A e le tavolette in Lineare B
All’interno delle mura, il cosiddetto Cerchio delle Tombe A, un recinto funerario di età più antica rispetto alle tombe a tholos, ha restituito agli scavatori ottocenteschi un corredo di maschere d’oro, diademi e armi cerimoniali di straordinaria ricchezza, tra cui la maschera che Schliemann battezzò affrettatamente “di Agamennone”, pur appartenendo in realtà a un periodo di alcuni secoli precedente all’eroe omerico. Al di là del mito, gli archivi di tavolette in Lineare B rinvenuti nel palazzo hanno permesso di ricostruire un’amministrazione burocratica sofisticata, fondata su un’economia centralizzata di tipo palaziale che gestiva scorte agricole, manodopera e tributi: è proprio a questa civiltà storica, fiorita e poi collassata attorno al 1200 a.C. insieme agli altri centri del mondo egeo, che gli studiosi hanno dato il nome di civiltà micenea, mutuandolo dalla città che per prima ne rivelò l’esistenza agli occhi del mondo moderno.
