La stella a otto punte è uno dei simboli più diffusi e riconoscibili dell’intera iconografia religiosa mesopotamica, associata sin dal periodo accadico alla dea Ishtar nella sua manifestazione astrale come pianeta Venere, rappresentando al tempo stesso il suo duplice dominio sull’amore e sulla guerra.
Le otto punte della stella venivano tradizionalmente interpretate come una raffigurazione stilizzata della luce radiante del pianeta Venere, l’astro più luminoso visibile nel cielo notturno e mattutino mesopotamico, il cui apparire e scomparire ciclico dall’orizzonte era osservato con grande attenzione dagli astronomi-sacerdoti babilonesi, che identificarono presto la stella del mattino e quella della sera come manifestazioni dello stesso corpo celeste dedicato alla dea.
Il simbolo compare frequentemente inciso sui sigilli cilindrici, sulle stele di confine chiamate kudurru e sui rilievi templari, spesso accompagnato da altri emblemi astrali dedicati alla triade divina composta dal dio della luna Sin, dal dio del sole Shamash e dalla stessa Ishtar, a testimonianza dell’importanza cosmologica attribuita ai tre principali corpi celesti osservabili nel cielo mesopotamico; talvolta la stella a otto punte compare anche in associazione con altri simboli divini legati a Marduk, come parte di composizioni iconografiche più ampie dedicate al pantheon babilonese nel suo insieme.
La straordinaria diffusione e longevità di questo simbolo, attestato per oltre due millenni in tutta la Mesopotamia, riflette la centralità che l’osservazione astronomica rivestiva nella religione babilonese e assira, dove i movimenti dei corpi celesti non erano considerati semplici fenomeni naturali ma manifestazioni dirette della volontà e della presenza degli dèi nel mondo terreno, gettando le basi di pratiche astrologiche che avrebbero influenzato profondamente le culture successive del Vicino Oriente antico.
Gli assiriologi hanno osservato come il numero otto delle punte non fosse casuale, ma corrispondesse probabilmente al ciclo sinodico di Venere, il periodo di circa otto anni durante il quale il pianeta ripete lo stesso schema di posizioni rispetto al sole visibile dalla Terra, tracciando nel cielo un motivo a stella a cinque punte che gli osservatori mesopotamici potrebbero aver stilizzato in otto raggi per motivi estetici o rituali: questa possibile origine astronomica precisa del simbolo testimonia il livello sofisticato di osservazione celeste raggiunto già in epoche molto antiche dagli scribi e sacerdoti-astronomi della Mesopotamia.
La triade astrale: Sin, Shamash e Ishtar
La stella a otto punte raramente compare isolata: nell’iconografia dei kudurru e dei rilievi templari è quasi sempre accompagnata dal disco lunare di Sin e dal disco raggiato di Shamash, a formare una triade astrale che riassume visivamente l’intero cosmo osservabile: luna, sole e la stella del mattino e della sera. Questa associazione tra corpi celesti e culto lunare non è un’esclusiva mesopotamica, come mostra Divinità lunari a confronto, ma raggiunge in Mesopotamia un livello di sistematizzazione teologica e iconografica particolarmente elevato, con un ordine gerarchico preciso tra le tre divinità che rispecchia l’ordine di visibilità dei rispettivi corpi celesti nel cielo notturno.
Un’eredità simbolica che attraversa i millenni
La stella a otto punte non scompare con il crollo delle civiltà mesopotamiche: il motivo iconografico, spesso ridotto a sei punte nella trasmissione successiva, riemerge come elemento decorativo ricorrente nell’arte islamica medievale, dove perde il proprio significato religioso originario per diventare puro ornamento geometrico, e viene oggi ripreso in ambito neopagano come simbolo esplicito del culto di Ishtar/Inanna, spesso indicato con il nome di “Stella di Ishtar” o “Stella di Venere”. Questa sopravvivenza puramente formale, svincolata dal contesto teologico che l’aveva generata, è un fenomeno comune a molti simboli antichi che continuano a circolare visivamente ben oltre la scomparsa delle credenze che li avevano prodotti.
