Il Bundahishn, la cui denominazione significa letteralmente “creazione originaria” o “creazione fondamentale”, è uno dei testi più importanti della letteratura religiosa zoroastriana in lingua pahlavi, il medio-persiano parlato durante l’epoca sasanide: compilato definitivamente attorno al IX secolo d.C., ben dopo la conquista islamica della Persia, il testo raccoglie ed elabora materiali cosmogonici ed escatologici di origine assai più antica, offrendo la trattazione più sistematica e completa sopravvissuta della cosmologia zoroastriana.
L’opera si apre con un dettagliato racconto della creazione del mondo per opera di Ahura Mazda, descritta come un processo articolato in sette fasi successive, corrispondenti alla creazione del cielo, delle acque, della terra, delle piante, degli animali, dell’uomo primordiale Gayomard e infine del fuoco sacro: questa scansione settenaria della creazione, di straordinaria importanza per comprendere l’intera cosmologia zoroastriana, non trova un corrispettivo altrettanto sistematico nei testi avestici più antichi, e rappresenta quindi uno dei principali contributi originali del Bundahishn alla teologia persiana.
Oltre al racconto cosmogonico, il Bundahishn approfondisce diffusamente la dimensione escatologica dello zoroastrismo, descrivendo con dovizia di dettagli il destino finale del cosmo secondo il Frashokereti, il grande rinnovamento in cui il male sarà definitivamente sconfitto e il mondo tornerà allo stato di perfezione originaria voluto da Ahura Mazda: il testo riprende e sviluppa inoltre numerosi episodi mitologici già noti dalla tradizione avestica, tra cui il racconto di Yima e la costruzione della Vara, integrandoli in una narrazione cosmica coerente che collega le origini del mondo al suo destino ultimo.
Il valore del Bundahishn per gli studiosi moderni risiede soprattutto nella sua funzione di ponte tra la teologia avestica più antica, spesso frammentaria e allusiva, e una sistematizzazione dottrinale più tarda ma estremamente più organica ed esplicita: pur essendo stato compilato in un’epoca in cui lo zoroastrismo aveva ormai perso il proprio ruolo di religione di stato, il testo testimonia la straordinaria vitalità intellettuale della comunità zoroastriana sasanide e post-sasanide, capace di produrre, anche in un periodo di crisi politica e religiosa, una delle sintesi cosmologiche più complete e influenti dell’intera storia della religione persiana.
Un aspetto di particolare interesse del Bundahishn riguarda la sua trattazione della geografia mitica e della cosmologia fisica zoroastriana, che descrive il mondo come una struttura articolata attorno a sette regioni concentriche, i kishvar, con l’Iran collocato simbolicamente al centro dell’intera creazione, circondato da terre progressivamente più remote e meno ordinate: questa visione geografica, insieme alla dettagliata descrizione delle costellazioni e dei corpi celesti come strumenti di difesa cosmica contro gli attacchi delle forze del male, testimonia lo sforzo sistematico del testo di fondere osservazione astronomica, geografia simbolica e teologia in un’unica visione coerente dell’universo. Gli storici delle religioni considerano il Bundahishn una fonte imprescindibile non soltanto per la ricostruzione della teologia zoroastriana tarda, ma anche per comprendere come le comunità religiose minoritarie, come quella zoroastriana sotto il dominio islamico, abbiano continuato a elaborare e sistematizzare la propria tradizione dottrinale anche in condizioni di crescente marginalizzazione politica e sociale.
