Il Libro della Vacca Celeste è un breve ma influente testo funerario egizio, attestato per la prima volta nella tomba di Tutankhamon e successivamente in quelle di diversi faraoni del Nuovo Regno. Racconta un mito delle origini particolarmente cupo: quello dell’invecchiamento del dio creatore Ra e della fine della sua convivenza diretta con l’umanità sulla terra. Questo racconto delle origini, incentrato sulla quasi-distruzione dell’umanità e la rottura del legame primordiale tra dèi e uomini, dialoga con altri miti di fine del mondo discussi in Apocalisse e fine del mondo a confronto.
La ribellione degli uomini e la vendetta di Sekhmet
Il mito narra che, con il passare del tempo, gli uomini iniziarono a complottare contro Ra, ormai invecchiato e con le ossa d’argento, la carne d’oro e i capelli di lapislazzuli. Venuto a conoscenza del tradimento, il dio inviò il suo occhio, manifestato nella feroce dea leonessa Sekhmet, a punire l’umanità ribelle. La dea si abbandonò a un massacro tale che Ra stesso, temendo la totale estinzione del genere umano, decise di fermarla facendole bere una grande quantità di birra tinta di rosso, che la leonessa scambiò per sangue: ubriaca, Sekhmet si placò e l’umanità fu risparmiata dalla distruzione totale.
Stanco e disgustato dal comportamento degli uomini, Ra decise tuttavia di ritirarsi dalla terra. Salì sul dorso della dea Nut, che assunse la forma di un’enorme vacca celeste, ed elevandosi con lei creò il cielo così come oggi lo conosciamo, popolandolo di stelle che rappresentano le anime dei giusti.
Un mito sulla distanza tra dèi e uomini
Questo racconto spiega, nella teologia egizia, perché gli dèi non camminino più direttamente tra gli uomini come nel tempo primordiale, e perché il faraone sia necessario come intermediario tra il mondo divino, ormai distante nel cielo, e il mondo umano. Il testo veniva riprodotto nelle tombe reali per garantire al sovrano defunto un sicuro accesso al cielo, ripercorrendo simbolicamente lo stesso viaggio compiuto da Ra sul dorso della vacca celeste.
Il pentimento di Ra e la fine del massacro
Osservando la strage scatenata da Sekhmet, ormai assetata di sangue umano oltre ogni controllo, Ra si pente dell’ordine impartito e organizza uno stratagemma per fermarla: fa colorare enormi quantità di birra con ocra rossa fino a farla assomigliare al sangue, spargendola sui campi dove la dea avrebbe dovuto proseguire il massacro. Ingannata dall’aspetto, Sekhmet la beve fino a ubriacarsi profondamente, addormentandosi e risvegliandosi placata, trasformata simbolicamente nella mite Hathor, ponendo fine alla minaccia di sterminio totale dell’umanità.
Il ritiro di Ra sul dorso della vacca celeste
Stanco e disilluso dal comportamento dell’umanità che lo aveva spinto a considerarne la distruzione, Ra decide di ritirarsi dal mondo terreno salendo sul dorso di Nut, che assume la forma di un’enorme vacca celeste per sollevarlo fino al cielo, dando origine da quel momento alla separazione definitiva tra la dimora divina del sole e il mondo degli uomini, un allontanamento che il mito presenta come la causa mitica della necessità, per l’umanità, di rivolgersi da allora in poi al faraone come intermediario terreno del potere divino.
