Periodo storico
Tramandato nel Popol Vuh, redatto in forma scritta nel XVI secolo su base orale precolombiana
Fonti
Popol Vuh, Parte I; traduzione e commento di Dennis Tedlock (1985)

Zipacná e i quattrocento ragazzi

Zipacná (Popol Vuh)
Il mito del gigante Zipacná che sopravvive alla trappola dei quattrocento ragazzi e li uccide facendo crollare la loro capanna, prima di essere infine sconfitto dagli eroi gemelli.

Il mito di Zipacná e i quattrocento ragazzi, narrato nel Popol Vuh, racconta la storia di uno dei figli del demone Vucub Caquix, un gigante arrogante e vanaglorioso capace di sollevare intere montagne, che si vantava di essere lui stesso il creatore dei monti della terra, provocando l’ostilità di un gruppo di quattrocento giovani decisi a porre fine alla sua tracotanza.

I quattrocento ragazzi, intenti a trasportare un enorme tronco d’albero per costruire la propria casa, incontrarono Zipacná lungo il cammino e, non riuscendo da soli a sollevare il pesante tronco, gli chiesero aiuto: il gigante lo caricò senza sforzo sulle proprie spalle e lo trasportò fino alla loro capanna, ma i giovani, impauriti dalla sua forza smisurata e temendo che un giorno avrebbe potuto rivoltarsi contro di loro, decisero di tendergli una trappola per ucciderlo mentre scavava una fossa che credeva destinata a diventare il pilastro della nuova casa.

Il piano dei quattrocento ragazzi prevedeva di lasciar cadere addosso a Zipacná il grande tronco non appena questi fosse sceso nella fossa, seppellendolo vivo sotto il suo peso; Zipacná, però, intuito l’inganno, scavò un cunicolo laterale nascosto per mettersi in salvo, e quando il tronco precipitò come previsto nella fossa, finse di essere rimasto schiacciato, lasciando che i suoi nemici credessero di averlo ucciso e celebrassero la sua morte con una grande festa a base di birra fermentata.

Mentre i quattrocento ragazzi banchettavano ubriachi, credendosi ormai liberi dalla minaccia del gigante, Zipacná fece crollare l’intera capanna sopra di loro, uccidendoli tutti in un solo colpo; secondo il Popol Vuh, gli dèi trasformarono le anime dei quattrocento giovani nelle stelle delle Pleiadi, mentre la punizione definitiva per la superbia di Zipacná sarebbe giunta solo in seguito, per mano degli eroi gemelli Hunahpú e Ixbalanqué, che con uno stratagemma altrettanto ingegnoso avrebbero infine posto fine alla sua arroganza.

La vicenda di Zipacná si inserisce in un più ampio ciclo narrativo del Popol Vuh dedicato alla sconfitta progressiva di una stirpe di esseri arroganti e falsamente divini, capeggiata dal padre Vucub Caquix e proseguita anche dal fratello minore Cabracán, distruttore di montagne: la punizione finale di questi giganti per mano degli eroi gemelli viene tradizionalmente letta come il racconto della fine di un’era cosmica dominata da false divinità, propedeutica all’instaurazione dell’ordine cosmico definitivo che avrebbe poi permesso la creazione degli esseri umani veri e propri, plasmati dal mais secondo la tradizione maya-quiché.

La sconfitta di Vucub Caquix: la vicenda del padre gigante

La disfatta di Zipacná si inserisce in una sequenza narrativa più ampia, raccontata compiutamente in La sconfitta di Vucub Caquix, dove è il padre stesso dei due giganti, Vucub Caquix, a essere ingannato e abbattuto dagli eroi gemelli Hunahpú e Ixbalanqué con uno stratagemma diverso ma analogo per spirito: anche in quel caso l’arma vincente non è la forza bruta, incontrastabile nei due figli quanto nel padre, ma l’astuzia paziente, capace di sfruttare la vanità e l’eccesso di sicurezza dei giganti contro loro stessi. Le tre vicende, lette in sequenza, compongono un unico ciclo di smascheramento delle false divinità che il Popol Vuh oppone sistematicamente alla legittimità autentica degli eroi gemelli e, in ultima analisi, degli dèi creatori.

Zipacná come creatura autonoma nel bestiario del Popol Vuh

Oltre al ruolo che riveste in questo episodio, Zipacná compare nell’enciclopedia anche come voce autonoma del bestiario mitologico maya, in quanto personificazione della forza tellurica capace di sollevare e modellare le montagne: un attributo che nel testo originale lo qualifica esplicitamente come “colui che fa le montagne”, una sorta di demiurgo minore e corrotto, la cui hybris nei confronti degli dèi creatori richiede l’intervento correttivo degli eroi gemelli per essere ricondotta entro i limiti di un ordine cosmico che non ammette divinità della terra non autorizzate.

Dettagli
Sintesi della trama
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Morale e insegnamento
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