Il mito di Urashima Tarō, uno dei racconti più celebri e amati del folclore giapponese, narra la storia di un giovane pescatore che, dopo aver salvato una tartaruga marina maltrattata da alcuni bambini sulla spiaggia, viene ricompensato con un viaggio straordinario nel palazzo sottomarino del dio del mare, per poi scoprire, al proprio ritorno sulla terraferma, che il tempo trascorso lontano da casa non era affatto quello che credeva.
La tartaruga salvata da Urashima Tarō, rivelatasi in realtà l’emissaria del regno sottomarino di Ryūgū-jō, tornò a ringraziarlo portandolo sul proprio dorso in fondo al mare, dove il giovane pescatore fu accolto con grandi onori dalla principessa Otohime, figlia del dio del mare Ryūjin, in un palazzo di corallo e madreperla dove le stagioni si susseguivano contemporaneamente in ogni direzione e dove Urashima trascorse quelli che gli parvero pochi giorni felici in compagnia della principessa.
Quando Urashima Tarō, preso dalla nostalgia per la propria famiglia e per il villaggio natale, chiese di poter fare ritorno sulla terraferma, Otohime, rattristata ma comprensiva, gli donò un cofanetto laccato chiamato tamatebako, raccomandandogli con insistenza di non aprirlo mai, qualunque cosa fosse accaduta: tornato sulla spiaggia da cui era partito, Urashima non riconobbe più nulla del proprio villaggio, scoprendo con orrore che erano trascorsi trecento anni sulla terra, mentre a lui erano sembrati solo pochi giorni nel palazzo sottomarino.
Disperato e confuso, Urashima Tarō aprì infine il cofanetto proibito nonostante l’avvertimento ricevuto, e ne uscì una nuvola di fumo bianco che lo trasformò istantaneamente in un vecchio dalla lunga barba, facendogli scontare in un solo istante tutti gli anni che il tempo trascorso nel regno di Ryūgū-jō non aveva potuto intaccare: il racconto, tramandato in forma scritta già in cronache antiche come il Kojiki e i testi correlati del periodo Nara, viene tradizionalmente letto come una riflessione sulla natura ingannevole del tempo e sul prezzo che si paga quando si infrange una promessa data per curiosità o debolezza.
Il tema del tempo che scorre in modo diseguale tra il mondo divino e quello umano, centrale nel racconto di Urashima Tarō, ricorre più volte nella mitologia giapponese: una dinamica per certi versi complementare si ritrova nel mito di Konohanasakuya-hime e l’origine della vita breve, in cui è invece la scelta di una divinità terrena a determinare per sempre la durata limitata della vita umana, mentre nel caso di Urashima è il contatto stesso con il regno sovrannaturale a rivelare, con effetto ritardato e irreversibile, quanto tempo sia realmente trascorso nel mondo degli uomini.
Ryūjin, Otohime e il tamatebako: figure centrali ancora senza voce propria
Nonostante il loro ruolo strutturale nel racconto, né il dio del mare Ryūjin, né sua figlia la principessa Otohime, né il palazzo sottomarino di Ryūgū-jō, né lo stesso cofanetto tamatebako dispongono ancora di una voce propria in questa enciclopedia: quest’ultimo, in particolare, è diventato nella cultura giapponese un’espressione idiomatica corrente per indicare qualcosa che appare come un dono prezioso ma che, una volta aperto o utilizzato, si rivela portatore di conseguenze impreviste e spesso irreversibili.
Urashima Tarō e Oisín: lo stesso inganno del tempo in due mitologie lontane
La struttura narrativa di Urashima Tarō trova un sorprendente parallelo nella tradizione celtica irlandese, nella figura dell’eroe Oisín: anch’egli, dopo un soggiorno che gli pare breve nell’aldilà incantato di Tír na nÓg, fa ritorno nel mondo dei mortali scoprendo che sono trascorsi secoli, e invecchia o si dissolve istantaneamente non appena tocca il suolo o infrange un divieto legato al viaggio. Questa coincidenza strutturale tra due tradizioni geograficamente e culturalmente lontanissime suggerisce un possibile futuro confronto dedicato al tema dello scorrere ineguale del tempo tra il mondo umano e i regni sovrannaturali, un motivo che meriterebbe una voce comparativa propria in questa enciclopedia.
