Periodo storico
Periodo classico maya; testo scritto nel XVI secolo
Fonti
D. Tedlock, Popol Vuh: The Definitive Edition (1996); A. Christenson, Popol Vuh (2003)

La creazione degli uomini di mais

Popol Vuh, parte III (k'iche')
Dopo il fallimento degli uomini di fango e di legno, gli dèi creano i primi quattro uomini veri dal mais, poi limitano la loro vista onnisciente per renderli davvero umani.

Dopo il fallimento degli uomini di fango, incapaci di parlare, e degli uomini di legno, descritti in Il diluvio degli uomini di legno, privi di memoria e di cuore, gli dèi creatori narrati nel Popol Vuh cercano una sostanza capace di dare vita a esseri realmente devoti e consapevoli. La scelta cade sul mais bianco e giallo, recuperato da un luogo chiamato Paxil grazie all’indicazione di quattro animali – il gatto selvatico, il coyote, il pappagallo e il corvo – che ne conoscevano l’ubicazione segreta.

Macinato dalla dea Xmucané, il mais viene mescolato con acqua per formare la carne dei primi quattro uomini veri: Balam Quitzé, Balam Acab, Mahucutah e Iqui Balam, dotati di intelligenza tanto acuta da vedere e comprendere l’intero universo in ogni sua parte. Gli dèi, temendo che una simile onniscienza li rendesse pari a loro stessi, decidono di appannare la vista di questi primi uomini, limitandone la percezione al proprio orizzonte immediato, cosa che li rende umani nel pieno senso della parola: capaci di conoscenza, ma non di conoscenza assoluta.

Alle quattro donne create come compagne di questi primi uomini – tra cui Cahá Paluna, sposa di Balam Quitzé – si fanno discendere i lignaggi fondatori dei popoli quiché, rendendo il mito non solo una cosmogonia ma anche un vero e proprio racconto genealogico di legittimazione dinastica per le case nobiliari maya che il Popol Vuh, scritto nel XVI secolo, intendeva preservare dopo la conquista spagnola.

A differenza dei falliti tentativi precedenti, gli uomini di mais si dimostrano capaci non solo di parlare e ringraziare i propri creatori, ma anche di stabilire con Huracán e con gli altri dèi creatori un rapporto fondato sul culto regolare: bruciano copale, offrono i primi frutti del raccolto e scandiscono il tempo cerimoniale secondo un calendario che, nella tradizione posteriore, sarebbe diventato il cuore della religiosità k’iche’. È proprio questa capacità di rendere culto in modo consapevole, più della semplice sussistenza fisica, a segnare la reale differenza rispetto agli uomini di fango e di legno.

Il racconto mitico intercetta peraltro un dato storico reale: gli studi genetici moderni hanno rintracciato l’origine della domesticazione del mais nella valle del fiume Balsas, nel Messico centro-meridionale, circa novemila anni fa, a partire dalla graminacea selvatica teosinte. Il Popol Vuh risulta così una delle rare cosmogonie a fondare la creazione dell’uomo proprio sulla pianta che l’archeobotanica riconosce come effettivamente originaria della medesima area culturale.

Il mito degli uomini di mais riflette concretamente l’importanza reale di questo cereale nell’economia e nella cosmologia mesoamericana: identificando l’umanità stessa come plasmata dalla stessa sostanza che nutriva le comunità maya, il racconto sacralizza il ciclo agricolo del mais, rendendo ogni semina e ogni raccolto un’eco della creazione primordiale narrata nel Popol Vuh.

Dettagli
Sintesi della trama
Gli dèi trovano il mais a Paxil e ne formano i primi quattro uomini veri, dotati di intelligenza assoluta; per timore ne appannano la vista, rendendoli umani e non divini.
Varianti del mito
Morale e insegnamento
L'umanità è definita non dalla conoscenza assoluta ma dai suoi limiti: la vera creazione riuscita è quella imperfetta e limitata.
Tipo di mito
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