Il Popol Vuh (“Libro del Consiglio” o “Libro della Comunità” in lingua k’iche’) è il testo sacro fondamentale della mitologia maya k’iche’, originaria degli altipiani del Guatemala. Trascritto in caratteri latini a metà del XVI secolo da un anonimo nobile k’iche’, probabilmente sulla base di un più antico codice geroglifico oggi perduto, il testo fu poi tradotto in spagnolo e annotato agli inizi del XVIII secolo dal frate domenicano Francisco Ximénez, parroco di Chichicastenango, la cui copia — redatta su due colonne parallele in k’iche’ e spagnolo — costituisce l’unica fonte oggi conosciuta dell’opera.
Il manoscritto di Ximénez rimase pressoché sconosciuto al mondo accademico fino alla metà dell’Ottocento, quando l’abate francese Charles Étienne Brasseur de Bourbourg lo rinvenne in Guatemala, lo portò in Europa e ne pubblicò la prima traduzione francese nel 1861, dando avvio allo studio moderno del testo; oggi il manoscritto originale è conservato presso la Newberry Library di Chicago.
L’opera si apre con il racconto della creazione del mondo da parte degli dèi Tepeu e Gucumatz (il “Serpente Piumato”), che nel silenzio primordiale danno forma alla terra, ai monti e alle acque. Segue il celebre mito dei tentativi falliti di creare l’umanità: prima gli dèi plasmano esseri di fango, incapaci di parlare e destinati a dissolversi; poi creano uomini di legno, che si muovono e parlano ma sono privi di memoria e devozione, e vengono infine spazzati via da un diluvio.
La parte centrale e più celebre del Popol Vuh narra le imprese degli eroi gemelli Hunahpú e Ixbalanqué, figli degli dèi del mais, che scendono nel regno sotterraneo di Xibalbá per vendicare il padre e lo zio, sconfitti in precedenza dai Signori della Morte. Attraverso astuzia, giochi rituali della palla e prove ingegnose, i due gemelli superano le insidie dei signori di Xibalbá e infine trionfano, ascendendo al cielo per diventare il Sole e la Luna.
Solo dopo il racconto degli eroi gemelli il testo narra la creazione riuscita dell’umanità, plasmata dagli dèi con l’impasto di mais bianco e giallo: gli esseri umani di mais, dotati di parola, memoria e capacità di onorare gli dèi, rappresentano per la cosmogonia k’iche’ la forma definitiva e perfetta della creazione, in netto contrasto con i tentativi falliti precedenti.
L’ultima sezione del Popol Vuh abbandona il registro mitologico per farsi cronaca storica e genealogica: racconta le migrazioni dei k’iche’ dalle origini leggendarie, la fondazione delle loro città e le successioni dinastiche dei sovrani, fino a giungere, in poche righe finali, all’epoca della conquista spagnola, quando il popolo k’iche’ perde la propria autonomia politica — un finale che testimonia la volontà dell’anonimo autore di preservare per iscritto una memoria storica e religiosa minacciata dalla colonizzazione.
Considerato uno dei testi letterari precolombiani più importanti sopravvissuti, il Popol Vuh continua a essere un riferimento identitario vivo per le comunità k’iche’ contemporanee del Guatemala, ed è oggetto di continui studi filologici e antropologici volti a ricostruirne il rapporto con le fonti epigrafiche e iconografiche del periodo Classico maya.
Questo testo è collegato anche a Itzamná e Il diluvio degli uomini di legno.
