Yomi (Yomi-no-kuni) è, nella cosmologia shintoista, il regno oscuro e impuro dei morti, situato nelle profondità sotterranee e separato dal mondo dei vivi da un passaggio che Izanagi sigilla infine con un grande masso dopo la propria disperata fuga dal regno.
Secondo il Kojiki, è qui che si rifugia Izanami dopo la morte, ed è qui che Izanagi la segue per riportarla nel mondo dei vivi, disobbedendo però al divieto di guardarla prima che sia pronta: scoperto il suo corpo ormai in decomposizione e brulicante di larve e spiriti demoniaci (gli shikome), Izanagi fugge inorridito inseguito dalla furia della sposa tradita e da un esercito di demoni infernali.
Il masso con cui Izanagi blocca per sempre l’ingresso a Yomi diventa esso stesso una divinità, Chigaeshi-no-Okami, “il dio che respinge”, custode del confine tra i due mondi. Dopo la fuga, Izanagi si purifica ritualmente immergendosi in un fiume per lavare via la contaminazione del contatto con la morte, un gesto di purificazione (misogi) che dà origine, dalle diverse parti del suo corpo lavate, ad alcune delle divinità più importanti del pantheon shintoista, incluse Amaterasu, Tsukuyomi e Susanoo.
Lo Yomi è l’aldilà giapponese più antico, precedente all’introduzione delle concezioni buddhiste, e la sua caratteristica è l’assenza di giudizio: non è un luogo di premio o di pena ma di contaminazione, dove i morti diventano impuri e da cui i vivi devono separarsi ritualmente. La sua descrizione nel Kojiki è quella di un mondo buio e sotterraneo, raggiungibile attraverso il passo Yomotsu Hirasaka.
Il racconto del Kojiki conserva alcuni dettagli che meritano di essere isolati per il loro peso simbolico. Per illuminare l’oscurità e vedere il volto di Izanami, Izanagi spezza uno dei denti del proprio pettine rituale e lo accende come torcia improvvisata, un gesto minimo ma carico di conseguenze, poiché è proprio quella luce a rivelargli il corpo ormai in decomposizione della sposa. Nella fuga attraverso il passo Yomotsu Hirasaka, Izanagi si libera degli inseguitori scagliando contro di loro tre pesche selvatiche, i cui frutti vengono da allora consacrati nella tradizione giapponese come simbolo apotropaico capace di respingere gli spiriti maligni. È però il dialogo finale attraverso la roccia a custodire il significato più profondo dell’intero mito: Izanami, divenuta ormai signora di Yomi, giura che farà morire mille persone al giorno nel mondo dei vivi, e Izanagi le risponde che ne farà nascere millecinquecento, fissando così nella cosmologia shintoista l’origine mitica della mortalità umana come esito diretto della rottura fra i due progenitori divini.
Il confronto con la vicenda greca di Orfeo ed Euridice è ricorrente negli studi di mitologia comparata per l’identico divieto di voltarsi o di guardare prima del momento stabilito, un motivo narrativo che ricorre in tradizioni lontanissime fra loro. La differenza tra i due miti resta però sostanziale: nel racconto greco ciò che il divieto infranto comporta è la perdita irreversibile della donna amata, restituita per sempre al regno dei morti; nel mito giapponese, invece, ciò che Izanagi scopre voltandosi non è la perdita di Izanami in sé, quanto piuttosto l’impurità intrinseca della morte come categoria, capace di contaminare chiunque vi entri in contatto indipendentemente dai sentimenti in gioco: è per questo che l’esito del racconto non è il lutto ma la necessità rituale della purificazione.
