Periodo storico
Completato nel 712 d.C., su commissione dell'imperatrice Genmei
Fonti
Kojiki, libri I-III; Ō no Yasumaro (compilatore); Motoori Norinaga, Kojiki-den (commentario filologico del XVIII secolo)

Kojiki

古事記 (Kojiki)
Il Kojiki è la più antica cronaca storico-mitologica del Giappone, fonte primaria insieme al Nihon Shoki per la mitologia shintoista, incentrata sulla genealogia divina della dinastia imperiale.

Il Kojiki (古事記, “Cronaca di antichi eventi”) è la più antica cronaca storico-mitologica del Giappone, completata nel 712 d.C. su commissione dell’imperatrice Genmei, e costituisce insieme al Nihon Shoki la fonte primaria per la ricostruzione della mitologia shintoista.

L’opera fu compilata dal cortigiano Ō no Yasumaro sulla base di una tradizione orale precedentemente memorizzata dal narratore di corte Hieda no Are, di cui si dice possedesse una memoria prodigiosa; il testo è redatto in una combinazione di caratteri cinesi utilizzati sia per il valore semantico sia fonetico, riflettendo uno stadio di transizione nella scrittura giapponese.

Il Kojiki è diviso in tre libri (maki): il primo (Kamitsumaki) narra le vicende degli dèi (kami), dalla creazione del mondo alla discesa sulla terra del nipote di Amaterasu, Ninigi; il secondo e il terzo libro (Nakatsumaki e Shimotsumaki) raccontano invece le gesta dei sovrani umani, a partire dal leggendario primo imperatore Jinmu, presentato come discendente diretto della dea solare.

Tra i miti più celebri contenuti nell’opera figurano la creazione delle isole giapponesi da parte degli dèi Izanagi e Izanami, la nascita di Amaterasu dall’occhio di Izanagi durante il rito di purificazione, e il racconto del ritiro della dea nella caverna celeste di Amano-Iwato.

Il Kojiki fu commissionato con l’esplicito scopo di legittimare la dinastia imperiale, presentandola come diretta discendente degli dèi celesti: per questo motivo gli storici ne considerano l’affidabilità storica media, trattandosi di un testo a forte finalità politico-dinastica più che di una cronaca oggettiva.

Il manoscritto più antico oggi conservato, noto come Shinpukuji-bon, risale al 1371-1372 e fu copiato da un monaco buddhista; l’opera rimase relativamente marginale fino alla riscoperta e rivalutazione operata nel XVIII secolo dallo studioso Motoori Norinaga, che ne produsse un monumentale commentario filologico (Kojiki-den) contribuendo a farne un testo fondativo dell’identità nazionale giapponese moderna.

Il manyōgana e le differenze linguistiche rispetto al Nihon Shoki

Il sistema di scrittura ibrida adottato per il Kojiki, noto come manyōgana, impiegava i kanji cinesi sia per il loro significato sia, foneticamente, per il loro suono, con l’obiettivo di trascrivere il più fedelmente possibile la lingua giapponese antica parlata a corte, all’epoca priva di un proprio sistema di scrittura autonomo: una soluzione che rende tuttora l’opera una fonte preziosa per la linguistica storica giapponese, oltre che per la mitologia. Questo approccio distingue nettamente il Kojiki dal Nihon Shoki, redatto invece in kanbun, un cinese classico formale pensato per una lettura anche presso le corti straniere dell’Asia orientale: mentre il Nihon Shoki privilegiava il prestigio internazionale del testo, il Kojiki puntava a preservare il suono autentico della lingua parlata, rendendolo oggi la fonte più affidabile per ricostruire la fonologia del giapponese arcaico.

Il Kojiki come testo fondativo tra mito e autorità sacra della parola

Come molte cronache mitologiche antiche, il Kojiki non è soltanto un documento storico ma un testo la cui autorità deriva dalla sacralità attribuita alla parola stessa: la genealogia divina che collega gli dèi celesti alla dinastia imperiale funziona come atto performativo, capace di fondare e legittimare un ordine politico attraverso il racconto — un fenomeno che accomuna diverse tradizioni religiose analizzate in Testi sacri e parola divina a confronto. È proprio questa dimensione performativa a spiegare perché, secoli dopo la sua composizione, il Kojiki poté essere riletto da Motoori Norinaga non come semplice reperto antiquario ma come rivelazione autentica dello spirito giapponese preclassico, non ancora contaminato dalle influenze culturali cinesi e buddhiste successive.

Dettagli
Autore
Compilato da Ō no Yasumaro sulla base della tradizione orale memorizzata da Hieda no Are
Periodo di composizione
Tradizione orale precedente, messa per iscritto e completata nel 712 d.C.
Lingua originale
Giapponese antico (scrittura mista logografica e fonetica su base di caratteri cinesi)
Affidabilità storica
Media
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