Lo Shan Hai Jing (“Classico dei monti e dei mari”) è una delle più importanti fonti compilative della mitologia cinese antica, un testo enciclopedico che intreccia geografia, mitologia, storia naturale e religione. La sua redazione si sviluppò dal periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C.) fino alla prima dinastia Han, quando assunse la forma oggi conosciuta.
Composto da diciotto capitoli, suddivisi in sezioni dedicate ai monti, ai mari e alle terre selvagge, il testo cataloga creature fantastiche, divinità, popoli remoti e fenomeni naturali straordinari, costituendo una sorta di enciclopedia del mondo conosciuto e immaginato dagli antichi cinesi.
Fonte primaria per numerosi miti altrimenti perduti o frammentari, tra cui riferimenti a Nüwa, Kunlun e diverse divinità minori, lo Shan Hai Jing continua a essere oggetto di studio filologico per ricostruire la cosmologia e la religiosità della Cina preimperiale e dei primi secoli imperiali.
La natura del testo resta oggetto di discussione: non è un’opera unitaria né un poema mitologico, ma una stratificazione compilata tra il IV secolo a.C. e il II d.C., organizzata come repertorio geografico che procede per direzioni cardinali elencando montagne, corsi d’acqua, minerali, piante, creature e i sacrifici appropriati a ciascun luogo. Questa struttura da inventario rituale ha portato alcuni studiosi a leggerlo come manuale per viaggiatori e sciamani più che come raccolta di racconti, e il suo valore mitologico deriva proprio dall’incidentalità delle notizie: le divinità e i mostri vi compaiono come dati geografici, senza narrazione, e per questo conservano tratti arcaici che le fonti letterarie successive avevano già normalizzato. Il commento di Guo Pu, redatto in epoca Jin, resta il tramite attraverso cui l’opera è giunta fino a noi, e le edizioni illustrate Ming e Qing hanno fissato l’iconografia di creature come la volpe a nove code e il Qilin.
Questo testo è collegato anche a Jiuweihu (volpe a nove code).
Un archivio delle origini: le divinità custodite nello Shan Hai Jing
Oltre a Nüwa, lo Shan Hai Jing conserva tracce preziose di altre figure fondamentali della cosmogonia cinese, tra cui Fuxi, il sovrano civilizzatore spesso associato a Nüwa nella tradizione successiva come suo compagno o fratello nella creazione dell’umanità, e Xiwangmu, la Regina Madre d’Occidente, descritta nel testo con tratti ancora ferini, a metà tra l’umano e il bestiale, ben lontani dalla figura elegante e immortale che assumerà nei secoli successivi.
Questa evoluzione iconografica è essa stessa una testimonianza preziosa: confrontando le descrizioni dello Shan Hai Jing con le fonti più tarde, gli studiosi possono ricostruire il percorso attraverso cui divinità originariamente selvagge e ambivalenti vennero progressivamente addomesticate, moralizzate e integrate in un pantheon più ordinato, un processo che il testo, proprio per la sua stratificazione compilativa e la sua distanza dalle riletture successive, permette di osservare quasi allo stato grezzo.
