Il Jiuweihu, la “Volpe a nove code”, è una creatura magica ricorrente nel folclore e nella mitologia cinese, capace di assumere forma umana — solitamente quella di una donna bellissima e seducente — per interagire con gli uomini.
La sua natura morale è ambigua e cangiante nel tempo: nei testi più antichi, come il classico geografico-mitologico Shan Hai Jing, il Jiuweihu è descritto come presagio di buon auspicio, associato alla prosperità dei sovrani virtuosi. Nelle narrazioni successive, in particolare a partire dal romanzo Investitura degli dei, la figura più celebre associata alla volpe a nove code è Daji, la concubina posseduta da uno spirito-volpe che corrompe l’ultimo sovrano della dinastia Shang, portandolo alla rovina.
Il motivo del Jiuweihu si è diffuso e trasformato anche in Giappone, dove è noto come kitsune, e in Corea, come kumiho, diventando uno degli archetipi più duraturi della volpe soprannaturale nell’immaginario dell’Asia orientale.
La vicenda di Daji, narrata nell’Investitura degli dei, mostra la funzione narrativa più incisiva della volpe a nove code: possedendo il corpo della concubina dell’ultimo re Shang, ne guida la crudeltà e ne provoca il crollo dinastico, offrendo alla storiografia un capro espiatorio soprannaturale per spiegare la caduta di un regno. È un procedimento ricorrente nella cultura cinese, dove il mutamento di dinastia viene attribuito alla perdita del mandato celeste indotta da una seduzione demoniaca anziché a fattori politici. Le fonti più antiche conservano però una valenza opposta: nello Shan Hai Jing la volpe a nove code della montagna Qingqiu è una creatura del bestiario esotico la cui carne protegge dai veleni, e solo con le raccolte di racconti Tang e Qing la sua figura si specializza come spirito seduttore che assorbe l’energia vitale degli uomini per prolungare la propria esistenza.
Questa creatura è collegata anche a Long (drago cinese).
Dalla volpe cinese alla volpe giapponese: continuità e differenze
Quando il motivo del Jiuweihu attraversa il mare e raggiunge il Giappone, la sua ambivalenza originaria si accentua ulteriormente nella figura del Kitsune: come la volpe cinese, anche quella giapponese può assumere sembianze umane per sedurre o ingannare, ma il folclore nipponico sviluppa con più sistematicità una gerarchia interna, distinguendo le volpi selvatiche capricciose (nogitsune) dalle volpi al servizio degli dèi (zenko), capaci di proteggere anziché nuocere — una distinzione che nella tradizione cinese resta più sfumata e legata al contesto narrativo specifico piuttosto che a una tassonomia stabile.
Questa componente benevola trova la propria massima espressione nel culto di Inari, la divinità giapponese del riso e della prosperità di cui le volpi sono messaggere e servitrici sacre: un ruolo che nella Cina imperiale, dove la volpe a nove code resta associata più spesso alla corruzione della corte e alla caduta delle dinastie, non trova un vero equivalente divino, segno di come lo stesso archetipo animale possa evolvere in direzioni culturalmente opposte pur mantenendo un nucleo simbolico condiviso: il fascino pericoloso e ambiguo della metamorfosi.
