Il Nihon Shoki (“Cronache del Giappone”), completato nel 720 d.C. su commissione della corte imperiale, è la seconda opera storiografica più antica del Giappone dopo il Kojiki, ma se ne distingue per finalità e stile: scritto prevalentemente in cinese classico, la lingua colta dell’epoca in Asia orientale, il testo era pensato anche per un pubblico diplomatico internazionale, a differenza del Kojiki, redatto in una forma più vicina alla lingua giapponese parlata.
A differenza del Kojiki, che presenta generalmente un’unica versione autorevole dei miti, il Nihon Shoki riporta spesso più varianti alternative dello stesso episodio mitologico fianco a fianco, offrendo così agli storici moderni una preziosa testimonianza della pluralità di tradizioni orali regionali coesistenti nel Giappone antico prima della loro armonizzazione ufficiale.
L’opera copre l’intera “età degli dèi” — dalla creazione del mondo per mano di Izanagi e Izanami, fino alle vicende di Amaterasu, Susanoo e la discesa di Ninigi — per poi proseguire con i regni, in gran parte leggendari, dei primi imperatori a partire da Jinmu, fino a giungere alla cronaca di eventi storicamente verificabili dei secoli immediatamente precedenti alla sua stessa redazione, fungendo così da ponte tra mito e storia nella tradizione ufficiale giapponese.
Il Nihon Shoki, completato nel 720, si distingue dal Kojiki per lingua e destinatario: è redatto in cinese classico anziché in giapponese trascritto con caratteri cinesi, articolato in trenta libri più uno di genealogie, e concepito per un pubblico diplomatico continentale. Dove il Kojiki serviva la legittimazione interna della dinastia, il Nihon Shoki presentava il Giappone come stato dotato di storia comparabile a quella cinese.
La sua caratteristica metodologica più utile agli studiosi è la pratica di riportare le varianti: per molti episodi il testo registra due, tre o più versioni introdotte dalla formula «secondo un’altra tradizione», senza scegliere tra esse. Grazie a questo scrupolo conosciamo tradizioni parallele che altrimenti sarebbero perdute, come le diverse attribuzioni dell’uccisione della dea del cibo a Tsukuyomi o a Susanoo, o le varianti sulla nascita delle isole.
La sua struttura è nettamente sbilanciata: solo i primi due libri trattano l’età mitica, mentre i restanti ventotto coprono i regni dall’ascesa di Jinmu fino al 697, con crescente precisione documentaria negli ultimi. Questo lo rende insieme raccolta mitologica e cronaca, e per il periodo tardo una fonte storica di primo livello, utilizzata anche per la storia della penisola coreana. Il testo fu commentato e recitato a corte in sessioni periodiche, e la sua autorità in materia rituale restò riconosciuta per secoli.
