Periodo storico
Nuovo Regno (a partire da c. 1550 a.C.), con radici nei Testi delle Piramidi e nei Testi dei Sarcofagi
Fonti
Papiro di Ani, c. 1250 a.C., British Museum (pBM EA10470); E.A. Wallis Budge, "The Book of the Dead" (1895), prima traduzione integrale in inglese; Testi delle Piramidi e Testi dei Sarcofagi, precursori diretti delle formule.

Libro dei Morti (Papiro di Ani)

rw nw prt m hrw ("Formule per uscire alla luce del giorno")
Il Libro dei Morti è la principale raccolta di formule magiche e preghiere funerarie dell'antico Egitto, destinata ad assistere il defunto nel viaggio attraverso il Duat fino al giudizio finale.

Il Libro dei Morti (in egizio rw nw prt m hrw, letteralmente “Formule per uscire alla luce del giorno”) è la principale raccolta di testi funerari dell’antico Egitto, destinata a guidare e proteggere il defunto nel suo viaggio attraverso il Duat verso la vita eterna. Come compendio di testi sacri destinati a guidare l’anima nell’aldilà, il Libro dei Morti si affianca ad altre grandi raccolte che tramandano la parola divina, esaminate in Testi sacri e parola divina a confronto.

Le sue radici affondano nei più antichi Testi delle Piramidi (III millennio a.C.) e nei successivi Testi dei Sarcofagi, ma la raccolta assunse la forma che conosciamo oggi a partire dal Nuovo Regno (c. 1550 a.C.), quando le formule iniziarono a essere scritte su papiro e incluse nei corredi funerari.

Il capitolo più celebre, il numero 125, descrive la pesatura del cuore (psicostasia): il cuore del defunto viene posto su una bilancia contro la piuma della dea Maat, simbolo della verità e dell’ordine cosmico, sotto la supervisione del dio Osiride. Se il cuore risulta più leggero della piuma, il defunto viene giudicato giusto e ammesso alla vita eterna; in caso contrario, viene divorato dalla mostruosa Ammit.

La copia più celebre e meglio conservata è il Papiro di Ani, risalente al 1250 a.C. circa, oggi custodito al British Museum. Fu tradotto e pubblicato per la prima volta in una edizione di ampia diffusione dall’egittologo britannico E.A. Wallis Budge nel 1895, contribuendo enormemente alla popolarità moderna del testo.

A differenza di un libro nel senso moderno, il Libro dei Morti non ebbe mai una forma fissa e canonica: ogni papiro veniva personalizzato per il singolo defunto, selezionando un numero variabile di formule (in totale se ne conoscono circa 192, secondo la numerazione stabilita dall’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius nel 1842) tra quelle disponibili, in base alle possibilità economiche della famiglia.

Il capitolo 125 include anche la cosiddetta “confessione negativa”, un elenco di quarantadue dichiarazioni di innocenza che il defunto doveva pronunciare davanti agli dèi giudici, negando di aver commesso peccati specifici come il furto, la menzogna o l’omicidio. I papiri erano inoltre riccamente illustrati con vignette a colori, spesso più elaborate nelle copie del Nuovo Regno rispetto a quelle più tarde, talvolta realizzate in serie con spazi lasciati in bianco per il nome del defunto.

Il termine convenzionale “Libro dei Morti” fu coniato in epoca moderna dall’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius nell’Ottocento, sulla base del titolo egizio originale, che si traduce più propriamente come “Formule per uscire alla luce del giorno”: un’espressione che riflette la funzione pratica del testo, concepito non come un racconto narrativo unitario ma come una raccolta modulare di incantesimi e formule magiche, da selezionare e personalizzare secondo le necessità e le possibilità economiche di ciascun defunto, dai sontuosi papiri reali fino a versioni più modeste per funzionari e artigiani.

Questo testo è collegato anche a Ra, Amduat e Ankh.

Dettagli
Autore
Anonimo; raccolta collettiva compilata e ampliata nel corso dei secoli da scribi e sacerdoti
Periodo di composizione
Testi risalenti ai Testi delle Piramidi (III millennio a.C.), sistematizzati a partire dal Nuovo Regno (c. 1550 a.C.)
Lingua originale
Egiziano geroglifico e ieratico
Affidabilità storica
Alta
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