Hathor è una delle divinità femminili più amate dell’antico Egitto, dea della gioia, della musica, della danza e dell’amore. Il suo nome significa letteralmente “casa di Horus”, a indicare il legame con il dio falco di cui era considerata madre o, in altre tradizioni, sposa.
Raffigurata come vacca celeste, come donna con corna bovine che racchiudono il disco solare, o come leonessa nella sua forma più feroce, Hathor incarna insieme la dolcezza materna e un potenziale distruttivo: nel mito della “Vacca Celeste” è lei a trasformarsi nella dea leonessa Sekhmet per punire l’umanità ribelle, su ordine di Ra, prima di essere placata con birra colorata di rosso.
Patrona della musica e della danza, era invocata durante feste popolari accompagnate da sistri e tamburelli, e proteggeva le donne durante la gravidanza e il parto. Il suo tempio principale a Dendera, uno dei meglio conservati dell’Egitto, era meta di pellegrinaggi e celebrazioni annuali legate al suo culto.
Come protettrice del faraone e della regalità, Hathor accompagnava simbolicamente ogni sovrano fin dalla nascita, allattandolo come una madre divina: questa iconografia della “vacca che allatta il re” compare frequentemente nei templi funerari dei faraoni del Nuovo Regno.
Hathor è la divinità egizia con il più ampio ventaglio di competenze, e questa estensione è essa stessa il suo tratto distintivo: presiede all’amore e alla musica, alla maternità e all’ebbrezza, alle miniere di turchese del Sinai e alla necropoli tebana, dove accoglie i defunti come Signora dell’Occidente. I suoi epiteti la chiamano Signora del Sicomoro, Occhio di Ra, Signora di Punt, e ogni titolo corrisponde a un culto locale assorbito.
Il suo strumento è il sistro, il sonaglio rituale il cui suono si ritiene plachi le divinità irate, e la sua identificazione con Sekhmet ne fa la versione pacificata della stessa potenza solare. Il tempio di Dendera documenta il culto con soffitti astronomici e cripte, e la festa del Bel Incontro portava annualmente la sua statua in processione fluviale fino a Edfu per l’unione con Horus.
La sua funzione funeraria è meno nota ma centrale: nei Testi delle Piramidi e nel Libro dei Morti Hathor nutre il defunto e lo accoglie all’ingresso dell’occidente, e le sette Hathor — che compaiono nel racconto del principe predestinato — decidono il destino alla nascita. La stessa divinità presiede quindi all’inizio e alla fine della vita, e l’associazione con la vacca, animale che nutre, tiene insieme le due estremità.
Il tema dell’Occhio di Ra: Hathor, Sekhmet e la gatta assente
La dinamica leonessa-furiosa/dea-pacificata che lega Hathor a Sekhmet non esaurisce il mitema egizio dell’Occhio di Ra, la potenza solare femminile che si scatena e va ricondotta alla ragione: la stessa struttura narrativa ricorre, in fonti diverse, anche per Bastet, la dea gatta di Bubastis venerata in tutto il Basso Egitto durante feste di massa descritte perfino da Erodoto. Bastet non dispone ancora di una voce propria in questa enciclopedia, una lacuna rilevante considerato che la sua iconografia felina, più addomesticata di quella leonina di Sekhmet, rappresenta il terzo grande volto di questo stesso principio divino, quello ormai pienamente pacificato e prossimo alla vita domestica.
Hathor e Iside: una fusione che oltrepassa i confini dell’Egitto
Nel corso del primo millennio a.C., e in particolare in epoca tolemaica e romana, l’iconografia di Hathor — le corna bovine che racchiudono il disco solare — venne progressivamente assorbita da Iside, la cui figura finì per assumere in tutto il Mediterraneo antico i tratti visivi originariamente propri della dea di Dendera: le statue di Iside-Hathor diffuse da Alessandria a Roma, passando per i santuari isiaci dell’intero bacino mediterraneo, testimoniano come le due dee, pur mantenendo miti d’origine distinti, siano diventate agli occhi dei devoti tardo-antichi quasi intercambiabili, un processo di sincretismo che sopravvisse alla stessa civiltà faraonica che le aveva generate.
