Horus è una delle divinità più antiche e importanti del pantheon egizio, dio del cielo raffigurato come un falco o come un uomo con testa di falco, i cui occhi rappresentano tradizionalmente il sole e la luna. Figlio di Osiride e Iside secondo il mito più diffuso, Horus incarna la regalità legittima d’Egitto: ogni faraone regnante viene identificato in vita con Horus stesso, mentre alla morte diventa Osiride, in una successione che garantisce la continuità dinastica e cosmica del potere.
Il mito centrale legato a Horus è quello della sua lunga contesa con lo zio Seth, assassino del padre Osiride, per la legittima successione al trono d’Egitto: narrato nel testo noto come “Le contese di Horus e Seth”, il conflitto si protrae per ottant’anni davanti al tribunale degli dèi, attraverso sfide fisiche, duelli in forma di ippopotami e persino un tentativo di umiliazione sessuale da parte di Seth, respinto con astuzia da Horus con l’aiuto della madre Iside.
Durante uno degli scontri più violenti, Seth strappa e distrugge uno degli occhi di Horus, che viene poi magicamente ricomposto e guarito dal dio Thot: l’Occhio di Horus (Udjat) diventa così uno dei simboli protettivi più diffusi dell’intero Egitto antico, associato a guarigione, integrità e protezione contro il male, ed è tuttora una delle immagini più riconoscibili della civiltà faraonica. Al termine della disputa, il tribunale divino assegna infine il trono d’Egitto a Horus, sancendo il trionfo dell’ordine legittimo sull’usurpazione. L’Occhio di Horus, restaurato dal potere magico di Thot, diventa un attributo divino leggendario capace di proteggere e conferire potere: un motivo affine a quello delle armi e degli oggetti divini esaminati in Armi divine leggendarie a confronto.
Horus è venerato in molteplici forme locali: come Ra-Horakhty, “Horus dei due orizzonti”, fuso con il dio solare Ra; come Harpocrate, “Horus bambino”, raffigurato con il dito alla bocca nell’iconografia che ispirerà poi il dio greco-romano del silenzio; e come Horus di Edfu, il cui grande tempio, tra i meglio conservati d’Egitto, custodisce ancora oggi i testi rituali del mito della sua vittoria su Seth, celebrata annualmente con una rappresentazione drammatica.
Horus è la divinità su cui poggia la teoria egizia della regalità: ogni faraone vivente è Horus, e ogni faraone morto diventa Osiride, così che la successione dinastica ripete a ogni generazione il passaggio mitico dal padre al figlio. Il nome Horus era il primo dei cinque titoli reali, inciso nel serekh sormontato dal falco, e la stele di Narmer lo documenta già all’inizio della storia egizia.
La contesa con Seth è narrata come un procedimento giudiziario che dura ottant’anni, con testimonianze, prove e sentenze contrastanti, e il suo esito — l’assegnazione del trono a Horus e del deserto a Seth — sancisce una spartizione anziché un annientamento. L’episodio della perdita e del recupero dell’occhio genera l’udjat, l’occhio di Horus, che diventa l’amuleto protettivo più diffuso d’Egitto e la cui suddivisione in frazioni veniva usata dagli scribi come sistema di misura.
La sua figura è il risultato della sovrapposizione di più divinità falco. Horus di Behdet, Horus di Edfu, Haroeris «il grande», Harpocrates «il bambino», Horakhty «dell’orizzonte» fuso con Ra: gli egittologi distinguono almeno una decina di Horus locali progressivamente identificati. Il tempio di Edfu, il meglio conservato d’Egitto, ne documenta il culto con il dramma rituale del trionfo sul nemico rappresentato annualmente, e la sua sintesi con Iside come madre produce l’immagine che avrà la fortuna iconografica più lunga.
