Dopo l’assassinio di Osiride per mano del fratello Seth, il giovane Horus, figlio di Osiride e Iside, rivendica il trono d’Egitto contro lo zio usurpatore. Il tribunale degli dèi, presieduto da un’Enneade spesso indecisa e influenzabile, si trova a dover giudicare tra il diritto di successione legittima di Horus e la forza e l’esperienza di Seth, che si presenta come difensore del regno contro il caos.
La contesa, narrata nel papiro Chester Beatty I in una lunga serie di episodi anche comici, include tentativi di seduzione di Iside sotto mentite spoglie, una gara di velocità in forma di ippopotami sott’acqua sabotata dalla madre di Horus, e uno scontro fisico in cui Seth cava un occhio a Horus (l’occhio successivamente restaurato, alla base del simbolo dell’Occhio di Horus) mentre Horus evira lo zio. Solo l’intervento della saggia Maat e infine il giudizio scritto di Osiride dagli Inferi risolvono la disputa in favore del figlio legittimo.
Il mito non è solo un racconto dinastico ma un testo politico-religioso fondamentale per la legittimità regale egizia: ogni faraone vivente si identificava con Horus vittorioso, mentre il predecessore defunto veniva assimilato a Osiride, rendendo la contesa un modello ciclico e ripetibile a ogni successione al trono d’Egitto.
Ottant’anni di contesa divina
Il tribunale degli dèi guidato da Ra impiega, secondo alcune versioni del racconto, ottant’anni per giungere a un verdetto definitivo sulla contesa, un dettaglio che sottolinea quanto la questione della legittima successione al trono d’Egitto fosse considerata cruciale e delicata anche nel piano divino. Durante questo lungo processo Seth propone anche una sfida di astuzia: una gara di barche costruite in pietra. Horus accetta ma costruisce la propria imbarcazione in legno di cedro rivestito di gesso bianco dipinto a imitazione della pietra; la barca di Seth, autenticamente litica, affonda subito, mentre quella di Horus resta a galla, umiliando ulteriormente lo zio davanti al tribunale.
Il tranello della vedova travestita
Tra gli episodi più citati della contesa vi è l’astuzia con cui Iside , trasformata in una bellissima vedova sconosciuta, si presenta a Seth lamentando che uno straniero ha usurpato la mandria del defunto marito a danno del loro unico figlio. Seth, senza riconoscerla, sentenzia sdegnato che l’usurpatore debba essere punito e la mandria restituita al legittimo erede: pronunciando questo giudizio, però, condanna involontariamente se stesso, poiché ha appena affermato pubblicamente il principio secondo cui un figlio ha diritto all’eredità del padre contro chi gliela sottrae con la forza, lo stesso principio alla base della pretesa di Horus al trono.
La spartizione finale e il ruolo di Seth
Il verdetto definitivo, pronunciato dopo l’intervento scritto di Osiride dagli Inferi, assegna a Horus il trono d’Egitto, ma non esclude del tutto Seth dall’ordine cosmico: alcune redazioni del mito gli affidano il dominio delle terre straniere e del deserto, oppure lo collocano sulla barca solare di Ra come suo campione contro il serpente del caos Apopi durante il viaggio notturno, riconoscendo così alla sua forza indomabile un ruolo protettivo necessario anche dopo la sconfitta politica.
