Periodo storico
Teogonia di Esiodo (VII secolo a.C.)
Fonti
Teogonia di Esiodo; Apollodoro, Biblioteca, II.1.5

Tartaro

Τάρταρος (Tártaros, greco antico)
Il Tartaro è l’abisso primordiale situato sotto l’Ade, prigione dei Titani sconfitti e luogo di punizione eterna per i grandi trasgressori come Tantalo e Sisifo.

Il Tartaro è, nella mitologia greca, l’abisso più profondo dell’universo, situato tanto al di sotto dell’Ade quanto la Terra è distante dal cielo, secondo la celebre immagine cosmologica tramandata da Esiodo nella Teogonia: una pietra di bronzo lasciata cadere dal cielo impiegherebbe nove giorni e nove notti per raggiungerlo.

È qui che, al termine della Titanomachia, Zeus imprigiona per sempre i Titani sconfitti, ponendo a loro guardia gli stessi Ecatonchiri dalle cento braccia che avevano contribuito alla loro caduta. Oltre a fungere da prigione per i nemici sconfitti degli dèi, il Tartaro è anche, in alcune tradizioni, personificato come un’entità primordiale a sé stante, generata direttamente dal Caos insieme a Gaia ed Eros.

Nella tradizione più tarda, il Tartaro diventa anche il luogo di punizione riservato ai peggiori trasgressori mortali contro l’ordine divino: qui sono condannati in eterno Sisifo, costretto a spingere un macigno su per un colle solo per vederlo rotolare giù ogni volta prima di raggiungere la cima, Tantalo, tormentato da fame e sete perenni pur circondato da cibo e acqua irraggiungibili, e Issione, legato per sempre a una ruota di fuoco in perpetua rotazione.

Accanto a Sisifo, Tantalo e Issione, la tradizione colloca nel Tartaro anche le cinquanta Danaidi, colpevoli di aver ucciso i propri mariti nella notte di nozze su ordine del padre Danao: condannate a riempire per l’eternità una giara forata o un vaso senza fondo, sono costrette a un lavoro perpetuo e privo di scopo, divenuto proverbiale nell’espressione “fatica delle Danaidi” per indicare uno sforzo vano e infinito.

I confini del Tartaro e la sua eredità concettuale

Il Tartaro è cinto da un recinto di bronzo e da una tripla cortina di tenebra, secondo la descrizione esiodea, ed è delimitato dalle acque del fiume Stige, il corso d’acqua sacro su cui gli stessi dèi giurano i propri voti solenni: violare un giuramento fatto sullo Stige comporta pene severissime persino per gli immortali, a testimonianza di quanto profondamente il Tartaro e le sue acque limitrofe siano intrecciati con l’ordine cosmico e morale del pantheon greco. A guardia dei suoi cancelli, oltre agli Ecatonchiri, si trova secondo alcune fonti anche Cerbero, il cane a più teste che impedisce alle anime dei morti di fare ritorno tra i vivi.

Il nome stesso “Tartaro” è sopravvissuto ben oltre la mitologia greca, entrando nel lessico religioso e filosofico occidentale come sinonimo generico di abisso infernale: termini come “tartareo” nella poesia latina e successivamente europea derivano direttamente da questo luogo, mentre la tassonomia scientifica moderna ha ripreso lo stesso nome per il genere di crostacei Tartarus, scelto proprio per l’ambiente oscuro e profondo in cui questi animali vivono, a riprova di come l’immaginario greco degli inferi abbia continuato a plasmare il linguaggio occidentale per millenni dopo la sua formulazione originaria.

Dettagli
Regione
Il livello più profondo del cosmo, sotto l’Ade
Descrizione luogo
Un abisso tanto profondo che un’incudine di bronzo impiegherebbe nove giorni e nove notti per raggiungerne il fondo cadendo dal cielo; sorvegliato dagli Ecatonchiri
Stato attuale
Luogo leggendario/non localizzabile
Tipo di luogo
Voci correlate
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