Periodo storico
Attestato dall'Antico Regno, uso continuo per tre millenni
Fonti
R.H. Wilkinson, Reading Egyptian Art (1992); Papiro medico Ebers, sui riferimenti al Wedjat; G. Pinch, Egyptian Mythology (2002), sulla distinzione tra Occhio di Ra e Occhio di Horus

L’Occhio di Horus

Wedjat (egizio antico)
Simbolo dell'occhio guarito di Horus, usato come amuleto funerario protettivo e come frazioni matematiche nei calcoli sacerdotali dei granai.

L’Occhio di Horus, o Wedjat (‘quello che è intatto’), è uno dei simboli protettivi più diffusi dell’antico Egitto: rappresenta stilizzato l’occhio del dio Horus perduto e poi guarito nella contesa contro lo zio Seth: visivamente lo stile del disegno riprende le caratteristiche macchie facciali del falco pellegrino, l’animale sacro con cui Horus veniva identificato e talvolta raffigurato con il proprio corpo, così che la lacrima sotto l’occhio e la spirale della sopracciglia altro non sono che una stilizzazione delle marcature naturali del rapace.

Amuleti a forma di Wedjat, realizzati in faience, oro o pietre semipreziose, venivano posti sulle mummie in corrispondenza dell’incisione praticata per l’imbalsamazione, con la funzione di proteggere e ‘ricomporre’ magicamente il corpo del defunto per il viaggio nell’aldilà, ricalcando simbolicamente la stessa guarigione subita dall’occhio di Horus.

Il simbolo, oltre al valore funerario, veniva anche dipinto sulle prue delle imbarcazioni come occhio apotropaico contro il malocchio e i pericoli della navigazione, ed è tra i motivi iconografici egizi più riconoscibili e riprodotti nella cultura popolare e nella gioielleria contemporanea in tutto il mondo.

Va distinto, benché spesso confuso nella cultura popolare, dall’Occhio di Ra: quest’ultimo rappresenta il potere solare aggressivo e vendicativo della dea leonessa Sekhmet o di altre divinità femminili inviate a punire l’umanità, mentre il Wedjat di Horus mantiene un carattere più specificamente lunare, riparatore e protettivo, coerente con il racconto della sua guarigione dopo la contesa con Seth.

Secondo il racconto tradizionale, dopo che Horus recuperò l’occhio strappato da Seth durante il loro lungo scontro per la successione al trono di Osiride, fu il dio Thot, patrono della sapienza e della scrittura, a guarirlo completamente attraverso la propria arte magica, un intervento che rese il Wedjat un simbolo tanto della ferita quanto della guarigione e del ripristino dell’ordine dopo il caos.

Le sei parti in cui l’occhio veniva scomposto dai sacerdoti egizi corrispondevano tradizionalmente alle sei frazioni matematiche utilizzate nella misurazione del grano e di altre unità di volume, un sistema noto come “frazioni di Horus” in cui ciascuna componente grafica del simbolo, sommata alle altre, non raggiungeva mai l’unità completa: un’imperfezione voluta che i sacerdoti attribuivano proprio all’intervento salvifico di Thot, colmato solo dalla sua magia.

L’Occhio di Ra e la distruzione dell’umanità

Il carattere aggressivo dell’Occhio di Ra, distinto dal Wedjat protettivo di Horus, trova la sua espressione più drammatica nel racconto della distruzione dell’umanità: quando gli uomini complottano contro il dio sole ormai anziano, Ra invia il proprio Occhio sulla terra sotto forma della leonessa Sekhmet, che inizia a massacrare i ribelli con una furia tale da rischiare di sterminare l’intera specie umana. Pentito, Ra escogita uno stratagemma per fermarla: fa colorare di rosso migliaia di giare di birra, che Sekhmet scambia per sangue e beve fino a ubriacarsi, addormentandosi e placando così la propria sete di distruzione; risvegliata, la dea assume gradualmente i tratti più miti di Hathor, mostrando come lo stesso Occhio divino potesse oscillare tra il polo della furia vendicativa e quello della dolcezza materna.

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