Gleipnir è, nella mitologia norrena, il magico legaccio con cui gli dèi riescono infine a incatenare il lupo Fenrir, dopo che questi aveva già spezzato con facilità due catene precedenti, per quanto robuste, forgiate con metalli ordinari.
Per fabbricare un vincolo capace di trattenere una simile bestia, gli dèi si rivolgono ai nani, maestri fabbri sotterranei, che intrecciano Gleipnir da sei elementi impossibili: il rumore dei passi di un gatto, la barba di una donna, le radici di una montagna, i tendini di un orso, il fiato di un pesce e la saliva di un uccello — sostanze la cui inesistenza rende il legaccio, sottile come un nastro di seta, straordinariamente più resistente di qualsiasi catena di ferro.
Sospettoso di un manufatto tanto esile, Fenrir accetta di farsi legare solo a condizione che uno degli dèi gli tenga una mano in bocca come pegno di buona fede: solo il dio Týr ha il coraggio di offrirsi, e quando Fenrir scopre di non potersi liberare, gli morde e strappa via la mano, un sacrificio che permette agli dèi di tenere incatenato il lupo fino al giorno del Ragnarök.
Secondo la Gylfaginning, non basta il solo legaccio a neutralizzare Fenrir: gli dèi lo conducono sull’isola di Lyngvi, in mezzo al lago Amsvartnir, dove lo assicurano anche a una roccia chiamata Gjöll tramite una catena supplementare di nome Gelgja, e gli incuneano infine una spada tra le mascelle spalancate, con l’elsa contro il palato inferiore e la punta contro quello superiore, affinché non possa richiuderle: dalla bava che gli cola copiosa dalla bocca così bloccata nasce, secondo il mito, il fiume Ván (“speranza”), un nome amaramente ironico per un corso d’acqua generato dalla prigionia di una bestia che tornerà libera solo il giorno del Ragnarök.
L’inganno di Loki e la fonte del racconto
Consapevoli che Fenrir non si sarebbe mai lasciato legare da un vincolo così innocuo senza sospettare l’inganno, gli dèi convincono il lupo ad accettare la prova soltanto a condizione che uno di loro tenga la propria mano tra le sue fauci come pegno di buona fede: è Týr a offrirsi, sapendo già che il tranello ideato da Loki avrebbe reso l’intera cerimonia una messinscena. Quando Fenrir, resosi conto di non riuscire più a liberarsi da Gleipnir, chiude le mascelle per vendetta, è proprio la mano di Týr a pagare il prezzo dell’inganno collettivo degli dèi.
L’intero episodio è tramandato nella parte narrativa del Gylfaginning, la sezione dell’Edda in prosa di Snorri Sturluson dedicata alla cosmologia e alla mitologia norrena, che resta la fonte scritta più completa e organica per ricostruire non solo la fabbricazione di Gleipnir ma l’intera catena di eventi che porterà, secondo la profezia, alla liberazione definitiva di Fenrir nel giorno del Ragnarök.
