Le imprese di Bellerofonte sono, nella mitologia greca, la parabola dell’eroe corinzio che dall’esilio ingiusto ascende fino alla gloria di sovrano, per poi precipitare rovinosamente a causa della propria stessa hybris. Meno celebrato oggi di Eracle o di Perseo, Bellerofonte fu per gli antichi una delle figure più esemplari sul rapporto tra favore divino, successo umano e i limiti che nessun mortale può impunemente oltrepassare.
Tutto comincia con l’accusa di Antea e l’esilio a Licia: accolto come ospite alla corte di Preto di Tirinto, Bellerofonte respinge le avances della regina Antea e viene da lei calunniato, finendo per essere inviato, ignaro, presso il re Iobate di Licia con una lettera che ne chiede segretamente la morte.
Incapace di uccidere l’ospite di persona, Iobate lo invia contro un mostro ritenuto invincibile: in Bellerofonte e la Chimera, l’eroe doma il cavallo alato Pegaso grazie a un dono di Atena e uccide dall’alto la creatura sputafuoco, soffocandola con una lancia dalla punta di piombo fusa dal suo stesso fiato.
Ancora incredulo davanti a tanto successo, il re licio moltiplica le sfide: in le prove di Iobate, Bellerofonte sconfigge in sequenza i Solimi, le Amazzoni e un agguato dei migliori guerrieri del regno, costringendo infine Iobate ad arrendersi all’evidenza del favore divino e a concedergli in sposa la figlia Filonoe insieme a metà del regno.
È proprio al culmine di questa ascesa che si consuma la caduta di Bellerofonte: inebriato dai propri successi, l’eroe tenta di volare su Pegaso fino all’Olimpo per unirsi agli dèi, ma Zeus punisce la sua tracotanza facendolo precipitare, condannandolo a un’esistenza solitaria ed emarginata per il resto dei suoi giorni.
Il ciclo di Bellerofonte, letto nel suo insieme, disegna una parabola perfettamente circolare: da vittima innocente di un’ingiustizia a eroe consacrato dal favore divino, fino alla rovina provocata non da un nemico esterno ma dalla propria stessa ambizione smisurata. Proprio in questa struttura a specchio — la caduta iniziale immeritata e quella finale, invece, pienamente meritata — la tradizione greca trovava uno dei moniti più efficaci contro l’orgoglio che dimentica la distanza incolmabile tra il mortale e il divino.
Il ciclo di Bellerofonte occupa nella mitologia greca un posto particolare anche per un secondo motivo: è tra le prime storie in cui la scrittura stessa, sotto forma della lettera fatale affidata da Preto a Iobate, gioca un ruolo narrativo decisivo, tanto da lasciare un’eredità linguistica duratura nell’espressione “lettera bellerofontea”, ancora oggi usata per indicare un messaggio che il latore porta con sé ignaro di custodire la propria condanna. Accanto a questo dettaglio letterario, il legame indissolubile tra l’eroe e Pegaso, nato dal sangue di Medusa, resta forse l’immagine più duratura del mito: un’amicizia capace di innalzare un uomo fino quasi a toccare l’Olimpo, e di sopravvivere, nella memoria dei posteri, ben oltre la rovina finale del proprio cavaliere.
