Periodo storico
Fonti
Diné Bahaneʼ (trascrizione di Paul G. Zolbrod); tradizione orale navajo della Via della Guerra (Anaa'jí)

Nayénzgani e Yé’iitsoh

Lo scontro tra Nayénzgani e Yé'iitsoh, il Gigante Enorme, presso la sorgente sacra ai piedi del Monte Taylor.

Tra tutti i mostri che minacciano la sopravvivenza del popolo Diné dopo l’Emergenza nel mondo attuale, nessuno incute più terrore di Yé’iitsoh, il Gigante Enorme: una creatura nata da un’unione proibita, alta come una montagna, corazzata di una pelle che nessuna arma comune può scalfire, e affamata di carne umana al punto da aver spopolato intere vallate della regione oggi conosciuta come Nuovo Messico nordoccidentale. È contro questo nemico, il più temuto fra tutti, che si misura per la prima volta Nayénzgani non appena tornato dal viaggio compiuto insieme al fratello per raggiungere la casa del Sole.

Le armi ricevute al termine di quel viaggio, un arco e frecce forgiati con il potere del fulmine, restano infatti sospese come semplice promessa finché non vengono messe alla prova contro un nemico reale: è la sfida con Yé’iitsoh, secondo la tradizione orale navajo, a trasformare Nayénzgani da figlio che ha superato le prove del padre a vero e proprio Ammazzamostri. Prima dello scontro diretto, l’eroe osserva a lungo le abitudini del gigante, scoprendo che ogni giorno questi si reca a bere a una sorgente sacra situata ai piedi di quella che oggi è chiamata Tsoodzil, il Monte Taylor, una delle quattro montagne sacre che delimitano il territorio tradizionale Diné.

Guidato da questa osservazione paziente, Nayénzgani si nasconde tra le rocce vicino alla sorgente, coperto da uno strato di terra e da un incantesimo di invisibilità appreso durante il proprio viaggio iniziatico. Quando Yé’iitsoh si china a bere per la quarta volta, esponendo per un istante il punto vulnerabile sotto la gola, l’eroe scaglia la prima delle sue frecce di fulmine: il colpo scuote la terra come un tuono, ma non basta ad abbattere il gigante, che si rialza infuriato e tenta di scagliare contro Nayénzgani la propria arma, un enorme bastone di selce capace di spaccare le montagne.

Segue un lungo scambio di colpi in cui l’eroe, protetto anche dalle piume del Popolo del Vento che lo avevano già accompagnato nel viaggio verso il Sole, riesce a schivare ogni attacco fino a scagliare una seconda e poi una terza freccia, ciascuna delle quali strappa pezzi della corazza di pietra del gigante. È solo con la quarta freccia, quella che secondo le versioni più diffuse del racconto porta il potere pieno del Sole stesso, che Yé’iitsoh crolla definitivamente, e dal suo corpo morente scorre un sangue così denso e nero da colare per chilometri lungo il paesaggio circostante.

Le colate laviche ancora oggi visibili nella regione del Malpais, vicino all’odierna città di Grants, sono interpretate dalla tradizione Diné come il sangue pietrificato di Yé’iitsoh, una traccia concreta e visitabile di come il racconto mitico si radichi nella geografia reale del territorio navajo. Portata la testa del gigante come prova al cospetto del padre Sole, Nayénzgani riceve conferma definitiva del proprio ruolo di protettore del popolo, e l’episodio apre la strada a tutte le battaglie successive contro gli altri mostri, già narrate nella sintesi del viaggio dei Gemelli verso il Sole che aveva reso possibile questa vittoria.

Ancora oggi, i cantori navajo che officiano la Via della Guerra (Anaa’jí) ripercorrono nel dettaglio proprio questo scontro durante le cerimonie curative dedicate a chi porta le ferite del combattimento, poiché la sconfitta di Yé’iitsoh non è ricordata soltanto come impresa fisica, ma come modello simbolico di come un pericolo enorme e apparentemente invincibile possa essere affrontato con pazienza, osservazione e l’uso corretto dei doni ricevuti, piuttosto che con la sola forza bruta.

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