Periodo storico
Grecia arcaica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Omero, Iliade VI; Apollodoro, Biblioteca II.3

L’accusa di Antea e l’esilio a Licia

Accusato ingiustamente da Antea di seduzione, Bellerofonte viene inviato dal re Preto presso Iobate di Licia con una lettera che ne chiede segretamente la morte.

Bellerofonte, giovane principe corinzio costretto all’esilio dopo aver ucciso, accidentalmente o per un delitto mai del tutto chiarito dalla tradizione, un proprio concittadino, trova rifugio alla corte di Preto, re di Tirinto, che lo accoglie secondo le leggi sacre dell’ospitalità e lo purifica dalla colpa di sangue.

È proprio nella casa che lo ha protetto che Bellerofonte affronta la prova più insidiosa: Antea, moglie di Preto, si invaghisce del giovane ospite e tenta di sedurlo, ma l’eroe, fedele al vincolo sacro dell’ospitalità, respinge fermamente le sue avances. Ferita nell’orgoglio, Antea si vendica accusandolo falsamente davanti al marito di aver tentato di violentarla.

Preto crede alla calunnia della moglie, ma si trova di fronte a un dilemma insormontabile: le stesse leggi di ospitalità che vincolano un ospite proteggono anche chi lo accoglie, e uccidere di propria mano un uomo che ha condiviso la propria tavola sarebbe un sacrilegio capace di attirare la vendetta degli dèi. Preto decide così di affidare a Bellerofonte una missione apparentemente onorevole: recarsi in Licia, presso il suocero Iobate, portando con sé una lettera sigillata.

Quella lettera, secondo la tradizione riportata già da Omero nell’Iliade, è uno dei primi riferimenti alla scrittura nella letteratura greca: contiene infatti segni misteriosi che ordinano a Iobate di uccidere il latore stesso del messaggio, senza che Bellerofonte, ignaro del proprio destino, ne sospetti il contenuto.

Giunto in Licia, Bellerofonte viene accolto con tutti gli onori dovuti a un ospite di rango, e per nove giorni Iobate rimanda la lettura della lettera fatale, intrattenendo il giovane con banchetti e cerimonie. Solo al decimo giorno, aperto il messaggio del genero, Iobate si trova a sua volta di fronte allo stesso dilemma già vissuto da Preto: uccidere un ospite che ha già condiviso la propria mensa violerebbe ogni legge sacra.

Iobate escogita allora una soluzione altrettanto crudele ma formalmente ineccepibile: invece di ucciderlo di propria mano, invia Bellerofonte a compiere un’impresa che ritiene certamente mortale, l’uccisione della Chimera, il mostro che da tempo devasta la Licia senza che nessun uomo sia mai riuscito ad avvicinarlo e sopravvivere.

L’episodio della lettera sigillata, affidata da un uomo al proprio stesso condannato senza che questi ne conosca il contenuto, diventerà nella cultura occidentale un’immagine proverbiale — la cosiddetta “lettera bellerofontea” — per indicare qualunque messaggio che l’incaricato porta con sé ignorando di custodire la propria condanna. La vicenda mostra inoltre come, nel mondo eroico greco, la legge dell’ospitalità sia più vincolante persino della vendetta personale: né Preto né Iobate osano infrangerla apertamente, preferendo entrambi affidare la morte dell’innocente a un pericolo esterno piuttosto che macchiarsi di un sacrilegio diretto contro un ospite.

Prima ancora di affrontare la Chimera, secondo alcune versioni del mito Bellerofonte deve superare un ultimo ostacolo psicologico oltre che fisico: recarsi consapevolmente incontro a un pericolo di cui non conosce l’origine reale, mosso soltanto dalla fiducia riposta nell’ospite che lo ha accolto. Questa condizione di innocenza totale, unita all’assenza di qualunque colpa che giustifichi la condanna implicita nella lettera, rende Bellerofonte una delle figure più vicine, nel mito greco arcaico, all’archetipo dell’eroe perseguitato ingiustamente, la cui unica vera arma per ribaltare il proprio destino sarà il favore esplicito degli dèi.

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