Periodo storico
Grecia arcaica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Omero, Iliade VI; Esiodo, Teogonia 319-325; Apollodoro, Biblioteca II.3

Bellerofonte e la Chimera

Bellerofonte doma il cavallo alato Pegaso con l'aiuto di Atena e uccide dall'alto la Chimera, il mostro sputafuoco che devastava la Licia, soffocandola con una lancia dalla punta di piombo.

La Chimera che il re Iobate impone a Bellerofonte di affrontare è, secondo la tradizione più diffusa, una creatura ibrida spaventosa: corpo di leone, una testa di capra che sorge dal dorso e una coda terminante in un serpente, capace di sputare fiamme dalla bocca leonina e di devastare interi villaggi e greggi della Licia senza che alcun guerriero sia mai riuscito ad avvicinarla.

Consapevole che nessuna forza umana possa avere ragione di un simile mostro in combattimento diretto, Bellerofonte si rivolge all’indovino Polido, che gli consiglia di catturare e domare il cavallo alato Pegaso, nato dal sangue della Gorgone Medusa, l’unica creatura capace di offrirgli il vantaggio del volo necessario contro un nemico che nessuna lancia terrestre potrebbe raggiungere.

Mentre Bellerofonte dorme presso l’altare della dea, Atena gli appare in sogno e gli dona un morso d’oro forgiato apposta per domare il cavallo divino: al risveglio, l’eroe trova davvero l’oggetto accanto a sé e riesce a sorprendere Pegaso mentre beve alla fonte Pirene, imbrigliandolo prima che la creatura possa fuggire nei cieli.

Volando in alto sopra la Chimera, fuori dalla portata delle sue fiamme e dei suoi artigli, Bellerofonte scaglia contro il mostro una lancia dalla punta di piombo: il metallo, fuso dal calore stesso del fiato infuocato della creatura, cola nella sua gola e la soffoca dall’interno, uccidendola con un’astuzia che nessuna forza bruta avrebbe potuto eguagliare.

Il ritorno trionfale di Bellerofonte alla corte di Licia, con la prova incontrovertibile dell’uccisione della Chimera, costringe Iobate a un’amara resa dei conti: il piano concepito per eliminare l’ospite scomodo è fallito clamorosamente, e il re si trova ora a dover affrontare non solo il fallimento del proprio disegno, ma anche il sospetto crescente di trovarsi di fronte a un uomo protetto in modo manifesto dal favore degli dèi.

Lungi dal rinunciare, Iobate decide di sottoporre Bellerofonte ad altre prove ancora più rischiose, nella speranza che una di esse riesca finalmente dove la Chimera ha fallito: un disegno che, come le imprese successive dimostreranno, sottovaluterà ancora una volta la protezione divina che accompagna l’eroe corinzio.

La lotta contro la Chimera diventerà, nell’arte e nella letteratura successive, l’immagine per eccellenza dell’eroe che vince un mostro composito attraverso l’ingegno anziché la sola forza fisica: la scelta di combattere dall’alto, sfruttando il dono di un animale straordinario piuttosto che affrontare la creatura sul suo stesso terreno, anticipa un modello narrativo che ricorrerà in numerosi altri miti greci, dove il favore di una divinità protettrice trasforma un’impresa apparentemente suicida in una vittoria memorabile, capace di consacrare per sempre il nome dell’eroe.

Non meno significativo è il ruolo di Pegaso in questo episodio: creatura nata dal sangue versato da Medusa nel momento stesso della sua decapitazione per mano di Perseo, il cavallo alato passa dall’essere un semplice dono della sorte a vero e proprio compagno di imprese di Bellerofonte, in un legame che la tradizione successiva racconterà come tanto stretto da sopravvivere, nella memoria collettiva, persino più a lungo della fama dello stesso eroe che per primo lo cavalcò in battaglia.

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