Periodo storico
Grecia arcaica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Omero, Iliade VI; Pindaro, Olimpiche XIII; Apollodoro, Biblioteca II.3

La caduta di Bellerofonte

Inebriato dal successo, Bellerofonte tenta di volare su Pegaso fino all'Olimpo: Zeus punisce la sua hybris facendolo precipitare, condannandolo a un'esistenza solitaria ed emarginata.

Divenuto sposo di Filonoe e co-reggente di metà del regno di Licia, Bellerofonte raggiunge il culmine assoluto della propria parabola eroica: dall’esilio ingiusto e dalla condanna a morte nascosta in una lettera, l’eroe corinzio si ritrova in pochi anni sovrano, padre di figli illustri e beneficiario manifesto del favore degli dèi, che lo hanno accompagnato in ogni impresa fin dal primo sogno in cui Atena gli donò il morso d’oro per domare Pegaso.

È proprio questo successo ininterrotto, secondo la tradizione più diffusa, a corrompere lentamente l’animo dell’eroe: inebriato dalla propria fama e dimentico dei limiti imposti dalla condizione mortale, Bellerofonte comincia a nutrire un’ambizione che nessun uomo prima di lui aveva mai osato concepire, quella di raggiungere in volo l’Olimpo stesso a bordo di Pegaso, per sedersi tra gli dèi come loro pari.

Il tentativo di varcare il confine sacro che separa il mondo degli uomini da quello divino non passa inosservato: Zeus, custode supremo di quell’ordine cosmico, non può tollerare un simile atto di hybris, la tracotanza che nella cultura greca rappresenta la colpa più grave che un mortale possa commettere contro gli dèi.

Senza scagliare direttamente un fulmine, Zeus sceglie una punizione tanto sottile quanto efficace: invia un tafano a pungere Pegaso proprio mentre il cavallo alato è in volo verso le vette dell’Olimpo. Il dolore improvviso fa impennare la creatura, che disarciona bruscamente il cavaliere, precipitandolo verso la terra da un’altezza vertiginosa.

Bellerofonte sopravvive alla caduta, ma ne esce irrimediabilmente segnato: zoppo, forse cieco secondo alcune versioni del mito, e soprattutto privato per sempre della compagnia di Pegaso, che prosegue da solo il volo verso l’Olimpo, dove diventerà il cavallo alato al servizio di Zeus stesso. L’eroe che aveva dominato mostri e popoli interi trascorre così il resto della propria esistenza vagando solitario per la piana Aleia, evitando ogni contatto con gli uomini, divorato dal rimorso e dalla vergogna di un’ambizione che aveva osato sfidare l’ordine stesso del cosmo.

La parabola di Bellerofonte, dall’esilio ingiusto alla gloria fino alla rovinosa caduta, diventa nella cultura greca uno degli esempi più citati della hybris punita: un monito perenne sul fatto che nessun successo, per quanto meritato e sostenuto dal favore divino, autorizza un mortale a dimenticare la distanza incolmabile che lo separa dagli dèi.

La caduta di Bellerofonte segna anche una svolta significativa per Pegaso: liberato dal legame con un eroe ormai caduto in disgrazia, il cavallo alato prosegue da solo l’ascesa verso l’Olimpo e viene accolto nelle stalle di Zeus, incaricato in seguito di portare fulmini e saette al servizio del re degli dèi. La sorte divergente dei due antichi compagni — l’uno innalzato definitivamente tra gli immortali, l’altro precipitato nella solitudine mortale — rende ancora più netto il contrasto morale al cuore del mito: non è la nascita straordinaria, condivisa da entrambi in origine, a determinare il destino finale, ma la capacità di rispettare o infrangere il confine tra ciò che spetta agli uomini e ciò che appartiene soltanto agli dèi.

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