Lavinio è, secondo la tradizione romana, la prima città fondata in Italia dall’eroe troiano Enea dopo il suo arrivo nel Lazio, chiamata così in onore della sposa latina Lavinia, figlia del re Latino concessagli in matrimonio al termine della guerra contro i Rutuli di Turno.
Nella narrazione dell’Eneide, la fondazione di Lavinio segna il momento in cui i profughi troiani cessano definitivamente il proprio vagabondare e trovano una nuova patria stabile, realizzando la profezia che aveva guidato Enea attraverso il Mediterraneo dopo la caduta di Troia.
La città, che secondo la tradizione custodiva i Penati, le divinità protettrici portate in salvo da Troia insieme a Enea, mantenne per i romani un’importanza religiosa duratura ben oltre il suo peso politico effettivo: i consoli e altri magistrati romani erano tenuti a compiere sacrifici rituali a Lavinio prima di assumere le proprie funzioni.
Fu il figlio di Enea, Ascanio, a lasciare infine Lavinio per fondare la nuova città di Alba Longa, ma il legame religioso tra Roma e Lavinio come luogo sacro delle origini troiane sopravvisse per tutta la storia romana successiva.
Il presagio della scrofa bianca
Secondo la tradizione riportata da Virgilio, al momento di scegliere dove fondare la sua città Enea vede una scrofa bianca con trenta porcellini: i sacerdoti interpretano il prodigio come segno che lì sarebbe dovuta nascere Lavinio, e che solo trent’anni dopo, uno per ogni porcellino, il figlio Ascanio avrebbe fondato la città successiva, Alba Longa, completando così la profezia.
Un santuario che sopravvive a Roma
Anche dopo la fondazione di Roma, i romani non smisero mai di considerare Lavinio la propria patria religiosa d’origine: le Vestali e i massimi sacerdoti si recavano periodicamente in città per rinnovare i sacrifici ai Penati troiani, in un rito che testimoniava come, per quanto Roma fosse cresciuta in potenza, le sue radici sacre restassero saldamente ancorate alla piccola città fondata da Enea.
Da Lavinio ad Alba Longa: una fondazione che ne prepara un’altra
Il racconto della scrofa bianca e dei trenta porcellini, tramandato da Virgilio nell’Eneide, non è un semplice prodigio decorativo, ma una vera e propria struttura profetica che lega indissolubilmente il destino di Lavinio a quello della città che ne erediterà il ruolo: ogni porcellino della cucciolata rappresenta simbolicamente un anno di attesa prima che il figlio di Enea possa fondare, a sua volta, un nuovo insediamento.
Quella nuova fondazione sarà Alba Longa, la città in cui Ascanio trasferirà il centro del potere pur senza mai reciderne il legame religioso con la città paterna: è un modello di continuità dinastica in cui ogni fondazione, lungi dal cancellare la precedente, la custodisce e la prolunga, fino a comporre la lunga catena di città che, da Troia, condurrà infine a Roma.
