Enea è l’eroe troiano protagonista dell’Eneide di Virgilio, figlio della dea Venere e del mortale Anchise, e progenitore mitico del popolo romano: sopravvissuto alla caduta di Troia, secondo la tradizione romana guida un gruppo di profughi troiani in un lungo viaggio attraverso il Mediterraneo fino alle coste del Lazio, dove getta le fondamenta, seppur indirette, della futura Roma.
Fuggito dalla città in fiamme portando in spalla il vecchio padre Anchise e per mano il figlio Ascanio (detto anche Iulo, da cui la gens Iulia farà discendere il proprio nome), Enea affronta un viaggio segnato da naufragi, tempeste scatenate dall’ostilità di Giunone e soste memorabili, tra cui la celebre sosta a Cartagine presso la regina Didone, che si innamora perdutamente di lui e, abbandonata alla sua partenza per obbedire al volere degli dèi, si toglie la vita — un episodio che i romani leggevano anche come mito eziologico dell’odio storico tra Roma e Cartagine.
Giunto in Italia, Enea discende nell’oltretomba guidato dalla Sibilla Cumana per incontrare lo spirito del padre defunto, che gli rivela la futura grandezza di Roma attraverso una rassegna profetica dei suoi discendenti, da Romolo fino ad Augusto. Nel Lazio, Enea deve poi conquistare con le armi il diritto di stabilirsi, affrontando in guerra i popoli latini guidati da Turno, pretendente rivale alla mano della principessa Lavinia, che Enea sposerà infine suggellando l’unione tra troiani e latini da cui, generazioni più tardi, nasceranno Romolo e Remo.
La virtù che definisce Enea è la pietas, e Virgilio la costruisce contro il modello omerico: dove Achille agisce per onore personale e Odisseo per desiderio di ritorno, Enea obbedisce a un compito che non ha scelto e che gli costa ogni affetto. Porta il padre Anchise sulle spalle fuori da Troia in fiamme, perde la moglie Creusa, abbandona Didone a Cartagine su ordine divino, e in ciascun caso il poema registra il prezzo senza attenuarlo: l’eroe romano non è felice, è adempiente.
Nei Campi Elisi Anchise pronuncia la formula che definisce la missione dell’impero, «risparmiare i vinti e debellare i superbi». Il poema si chiude però con un gesto opposto: Enea uccide Turno supplice, vedendo il balteo di Pallante che indossa. La critica discute da secoli se sia un cedimento all’ira o l’esecuzione di una giustizia dovuta, e l’ambiguità finale è probabilmente voluta. Nella genealogia augustea Enea, figlio di Venere, è l’antenato della gens Iulia.
Ascanio e la fondazione di Alba Longa: cosa accade dopo l’Eneide
L’Eneide si conclude con la morte di Turno, ma la tradizione romana continuava la storia oltre l’ultimo verso di Virgilio: secondo Livio e altri annalisti, Ascanio succede al padre come sovrano del Lazio e, trent’anni dopo la fondazione di Lavinium, fonda Alba Longa, la città che diventerà la culla di una lunga dinastia di re albani. È proprio da questa stirpe, generazioni più tardi, che discenderanno Romolo e Remo: la linea che unisce Enea a Roma non è dunque un salto diretto, ma un ponte dinastico di secoli che la sola Eneide, concentrata sulla sola prima generazione, lascia volutamente sullo sfondo.
La discesa di Enea nell’oltretomba nel confronto tra i grandi viaggi agli inferi
La catabasi del libro VI, con la Sibilla Cumana come guida attraverso il regno dei morti fino all’incontro con lo spirito paterno, si inserisce in un più ampio filone comparativo raccolto in Il regno dei morti: viaggi agli inferi a confronto, accanto a discese analoghe di eroi di altre tradizioni. Ciò che distingue il viaggio di Enea è la sua funzione squisitamente politica: non è un tentativo di riportare in vita un caro estinto né una prova iniziatica fine a sé stessa, ma un dispositivo narrativo attraverso cui Virgilio mette in scena, sotto forma di rassegna profetica, la futura storia di Roma stessa, trasformando l’oltretomba in una sorta di libro di storia ancora da scrivere.
