Tula (Tollan) è, nella tradizione nahua, la leggendaria capitale dei Toltechi, il popolo predecessore degli Aztechi la cui civiltà veniva considerata il modello supremo di raffinatezza artistica, saggezza e prosperità da imitare e a cui ricollegare la propria legittimità dinastica.
Secondo il mito, Tula fu il regno dove governò Quetzalcoatl nella sua forma di sacerdote-re, un’epoca d’oro di pace e abbondanza in cui gli artigiani toltechi producevano oggetti di tale perfezione da sembrare opera divina piuttosto che umana.
Questa età dorata terminò secondo il mito con l’inganno del dio rivale Tezcatlipoca, che convinse Quetzalcoatl a ubriacarsi e a commettere atti vergognosi, spingendolo infine a lasciare Tula in un esilio che pose fine alla civiltà toltechi e ne disperse gli abitanti verso nuove terre.
Per gli Aztechi successivi, rivendicare una discendenza toltechi e un legame con Tula era fondamentale per legittimare il proprio potere politico: sovrani e nobili aztechi si dichiaravano orgogliosamente eredi della raffinatezza culturale toltechi, rendendo Tula un simbolo di prestigio ancestrale ben oltre la sua effettiva importanza storica.
I giganti di pietra
Il sito archeologico reale di Tula, nello stato messicano di Hidalgo, conserva ancora oggi gli imponenti Atlanti: enormi statue di pietra alte oltre quattro metri, raffiguranti guerrieri toltechi in armatura, che sorreggevano il tetto del tempio principale dedicato a Quetzalcoatl e che restano tra le testimonianze più spettacolari della civiltà tolteca giunte fino a noi.
La profezia del ritorno
Secondo la tradizione azteca, prima di lasciare Tula in esilio Quetzalcoatl promise che sarebbe un giorno tornato dall’oriente per reclamare il proprio regno: una profezia che, secondo alcune fonti coloniali scritte dopo la conquista, avrebbe contribuito a spiegare l’iniziale cautela con cui l’imperatore Moctezuma II accolse l’arrivo degli spagnoli di Hernán Cortés nel 1519, sebbene gli storici moderni dibattano quanto questa lettura sia stata amplificata a posteriori.
Un inganno divino e una profezia di ritorno
La caduta di Tula non fu, secondo il mito, il risultato di una guerra o di un disastro naturale, ma di una rivalità tra due divinità che rappresentano principi cosmici opposti: Tezcatlipoca, dio dello specchio fumante associato al caos, alla notte e al destino imprevedibile, orchestrò l’inganno che avrebbe spinto Quetzalcoatl all’ebbrezza e alla vergogna proprio per sovvertire l’ordine armonioso incarnato dal sacerdote-re e dalla sua epoca dorata.
Prima di abbandonare per sempre la città che aveva governato con saggezza, Quetzalcoatl promise solennemente che sarebbe tornato dall’oriente per reclamare il proprio regno, una profezia che rimase viva nella memoria religiosa mesoamericana per secoli e che, secondo alcune cronache coloniali scritte dopo la conquista, avrebbe influenzato la prima accoglienza riservata agli spagnoli, letta da alcuni come possibile compimento dell’antico presagio.
