Sinuhe è il protagonista del testo più copiato della letteratura egizia dopo i testi religiosi, conservato in decine di papiri e ostraca che ne attestano l’uso scolastico per oltre settecento anni. Il racconto è redatto in prima persona come autobiografia funeraria e si apre con il momento in cui il cortigiano, in campagna militare in Libia, ode per caso la notizia della morte del faraone Amenemhat I e, colto da un terrore che il testo non spiega, fugge senza avvisare nessuno.
L’esilio lo porta attraverso il Sinai fino al Retenu, la Siria-Palestina, dove il principe Ammunenshi lo accoglie, gli concede la figlia in sposa e gli assegna un territorio. Sinuhe prospera, ha figli, sconfigge in duello un campione locale che lo aveva sfidato, e diventa un capo tribale. Ma il testo insiste sul fatto che nessuna prosperità straniera compensa la lontananza: la sua preoccupazione dominante è morire fuori dall’Egitto e non ricevere una sepoltura secondo il rito, il che equivarrebbe alla perdita della vita eterna descritta nel Libro dei Morti.
La svolta arriva con la lettera di Senusret I che lo richiama in patria perdonandolo. Il ritorno è narrato come una seconda nascita: Sinuhe si presenta a corte prostrato e incapace di parlare, viene lavato, rasato, rivestito di lino e reinsediato, e il faraone gli fa costruire una tomba di pietra con una statua rivestita d’oro. L’ultima frase del racconto lo colloca «in favore del re fino al giorno dell’approdo», cioè della morte. Gli egittologi discutono se il testo sia finzione letteraria o autobiografia rielaborata; in ogni caso la sua struttura — fuga, prosperità straniera, nostalgia, ritorno e riconciliazione — ne fa il più antico romanzo d’esilio conservato, e il tema del ritorno per essere sepolti in patria lo lega alla concezione egizia dell’aldilà descritta per il Duat.
Questa figura è collegata anche a Osiride.
Il ritorno e la paura della sepoltura straniera
Il punto di svolta della vicenda arriva quando la fama di Sinuhe, ormai capo tribale rispettato nel Retenu, giunge fino alla corte egizia: il nuovo sovrano Sesostri I, succeduto al padre Amenemhat I, gli invia un decreto reale che lo perdona e lo invita a tornare in patria. Il testo non nasconde che l’offerta di ricchezza e di una vita agiata all’estero non basta a colmare l’angoscia del protagonista: ciò che davvero lo tormenta è l’idea di morire lontano dalla valle del Nilo e di essere seppellito “avvolto in una pelle di montone”, secondo l’uso dei nomadi, invece che ricevere le esequie previste per un dignitario egizio, con corteo funebre, sarcofago dipinto e una tomba scavata nella necropoli reale.
Questa ossessione rivela la logica religiosa che sottende l’intero racconto: senza i riti di imbalsamazione affidati simbolicamente ad Anubi, il defunto non poteva presentarsi integro al giudizio nella Duat, e il suo destino nell’aldilà restava compromesso. Vivere ed essere sepolto fuori dai confini dell’Egitto significava, per la mentalità del tempo, sottrarsi all’ordine cosmico garantito dal faraone e incarnato da Maat: il rientro di Sinuhe, accolto a corte e reintegrato tra i cortigiani, non è dunque solo un lieto fine narrativo, ma la ricomposizione simbolica di un equilibrio religioso violato dalla fuga iniziale.
