Ame-no-Uzume è, nella mitologia shintoista, la dea dell’aurora, della gioia, della danza e della rappresentazione teatrale, celebre soprattutto per il ruolo decisivo svolto nel mito della caverna celeste di Amaterasu.
Quando la dea del sole, sconvolta dalle violenze del fratello Susanoo, si rinchiude nella caverna celeste Ame-no-Iwato privando il mondo della luce, è proprio Uzume a escogitare lo stratagemma che riesce a farla uscire: capovolge un mastello di legno, vi sale sopra e improvvisa una danza sfrenata e comica, scoprendosi il seno e abbassando le vesti fino a suscitare un’esplosione di risate tra le altre divinità radunate fuori dalla grotta. Incuriosita dal clamore e dal fatto che, nonostante la propria assenza, gli altri dèi sembrino ugualmente allegri, Amaterasu socchiude l’ingresso della caverna per guardare, permettendo così agli dèi di attirarla definitivamente fuori con uno specchio e riportare la luce nel mondo.
Per questa impresa, Uzume è considerata l’antenata mitica delle sacerdotesse danzatrici (sarume) shintoiste e patrona delle arti performative giapponesi; secondo la tradizione, sposa in seguito Sarutahiko Okami, la possente divinità terrestre che guiderà la discesa in terra del nipote di Amaterasu, Ninigi.
Uzume è la divinità a cui il Kojiki affida la soluzione della crisi cosmica più grave del suo racconto, e il metodo che adotta è il riso, non la preghiera o la forza: è la curiosità di Amaterasu per la risata degli ottocento miriadi di dèi radunati fuori dalla porta di roccia a spingerla infine a socchiuderla.
Il gesto è la radice mitica del kagura, la danza sacra eseguita nei santuari shintoisti, e la tradizione teatrale giapponese ne fa la propria antenata: il nome Uzume compare nelle genealogie delle arti performative, e la maschera Okame o Otafuku, dal volto tondo e sorridente, è la sua rappresentazione popolare. La sua funzione non è quella di una dea della fertilità o dell’amore ma di specialista rituale: sa come si fa uscire una divinità da un nascondiglio.
Il suo ruolo continua nel ciclo successivo. Quando Ninigi scende sulla terra e trova la strada bloccata dal gigantesco Sarutahiko, è Uzume a essere inviata a confrontarlo, unica capace di sostenerne lo sguardo, e dal loro incontro nasce l’unione tra le due divinità. Il clan Sarume, che deriva il proprio nome da lei, aveva funzioni cerimoniali presso la corte imperiale: come per altre figure del pantheon, la divinità è anche il capostipite di una funzione professionale ereditaria.
Sarutahiko, il guardiano del crocevia celeste ancora senza voce propria
L’incontro tra Uzume e Sarutahiko non è un semplice epilogo romantico ma la risoluzione di uno stallo cosmico: quando Ninigi scende dal cielo per governare la terra, trova la via bloccata da questa imponente divinità dagli occhi fiammeggianti, posta al crocevia tra gli otto cieli e le otto terre, e nessuno degli dèi celesti osa affrontarlo finché Uzume, l’unica capace di reggerne lo sguardo, non si offre volontaria. Sarutahiko, pur essendo una delle divinità shintoiste più rappresentative del confine tra i mondi, non dispone ancora di una voce propria in questa enciclopedia: una lacuna degna di nota, dato il suo ruolo di guardiano/psicopompo che introduce la stirpe imperiale sulla terra e che proprio Uzume, per prima, riesce a disarmare.
Far ridere una dea in lutto: Uzume e Iambe nei Misteri Eleusini a confronto
Il meccanismo per cui una crisi cosmica—l’assenza della luce solare, l’interruzione della fertilità della terra—viene risolta non da un atto di forza ma da una risata oscena non è un’invenzione isolata della mitologia giapponese: nei Misteri Eleusini, è l’ancella Iambe (o, in alcune varianti, la vecchia Baubo) a far ridere Demetra con una scenetta di analogo spirito grottesco durante il lutto per la scomparsa di Persefone, interrompendo il digiuno della dea e permettendo così il ritorno della fertilità ai campi. Le due tradizioni, greca e giapponese, sviluppatesi indipendentemente, condividono la stessa intuizione: contro il ritiro di una dea offesa o addolorata, l’arma più efficace non è la supplica solenne ma il riso irriverente e corporeo.
