Quando Ninigi, nipote di Amaterasu, scende dal cielo sulla terra per governarla, incontra la bellissima Konohanasakuya-hime, dea dei fiori di ciliegio, e chiede al padre di lei, il dio della montagna Oyamatsumi, il permesso di sposarla. Oyamatsumi, felice dell’unione, gli offre in sposa anche la sorella maggiore di lei, Iwanagahime, dea delle rocce, sperando di legare la stirpe divina alla solidità eterna della pietra oltre alla bellezza effimera dei fiori.
Ninigi, colpito dalla bruttezza di Iwanagahime, la rimanda al padre e sposa solo Konohanasakuya-hime. Oyamatsumi, offeso e amareggiato, pronuncia allora una profezia fatale: se Ninigi avesse accettato entrambe le sorelle, la sua stirpe avrebbe goduto della durata delle rocce; avendone rifiutata una, i suoi discendenti – e con essi l’intera umanità – saranno invece fragili e brevi come i fiori di ciliegio, splendidi ma destinati a sfiorire in pochi giorni.
Il mito, che spiega l’origine della mortalità e della brevità della vita umana in termini di una scelta estetica sbagliata piuttosto che di una colpa morale, rientra in un pattern comune a molte cosmogonie asiatiche (il cosiddetto ‘motivo della banana’, diffuso anche in Indonesia e Melanesia), in cui l’umanità perde l’immortalità per aver scelto il dono sbagliato tra due offerte divine.
Il motivo si ritrova, con varianti sorprendentemente simili, in racconti eziologici della Nuova Guinea e delle Molucche in cui l’umanità sceglie una pietra invece di una banana (o viceversa) come modello di esistenza, offerta agli antenati dal cielo: la scelta della crescita rapida e del frutto deperibile condanna gli uomini alla mortalità, mentre la pietra avrebbe garantito una vita duratura ma immutabile. La ricorrenza di questo schema narrativo in aree geografiche così distanti dal Giappone ha spinto generazioni di etnologi comparativisti a interrogarsi su possibili origini comuni o su universali psicologici della spiegazione mitica della morte.
Due miti giapponesi sull’origine della morte
Il racconto di Konohanasakuya-hime non è l’unico mito delle origini giapponese a spiegare la presenza della morte nel mondo: già una generazione prima, la morte di Izanami durante il parto del dio del fuoco aveva segnato il primo ingresso della mortalità nella cosmogonia shintoista, stabilendo il confine tra il regno dei vivi e Yomi, la terra delle ombre. Se il mito di Izanami spiega perché la morte esiste in assoluto, quello di Konohanasakuya-hime ne specifica piuttosto la misura, chiarendo perché la vita umana, in particolare, sia così breve rispetto a quella degli dèi o della materia inanimata.
Questa distinzione tra origine della morte in generale e origine della sua rapidità nel caso umano colloca il mito accanto ad altri racconti sul confronto tra mortalità eroica e immortalità divina, raccolti in Eroi e semidei che sfidano la morte a confronto: mentre altrove l’accento cade sul tentativo, spesso fallito, di sfuggire alla morte, qui la prospettiva è rovesciata, e la fragilità stessa diventa oggetto di una spiegazione mitica che ne accetta l’inevitabilità come prezzo di una scelta estetica compiuta all’origine dei tempi.
