Il ratto delle Sabine (in latino raptus Sabinarum, dove raptus significa più propriamente “rapimento” che violenza sessuale) è uno dei miti fondativi di Roma, narrato da Livio (Ab Urbe condita) e da Plutarco, ambientato nei primi mesi di vita della città appena fondata da Romolo.
Secondo il racconto, la neonata Roma, popolata perlopiù da uomini (pastori, fuggiaschi e avventurieri accolti da Romolo come asilo per chiunque cercasse rifugio), si trovava priva di donne con cui garantire una discendenza e alleanze stabili con i popoli vicini. Le richieste di connubium (diritto al matrimonio) rivolte alle popolazioni limitrofe, in primo luogo ai Sabini, furono respinte con disprezzo.
Romolo organizzò allora una grande festa in onore del dio Consus, invitando le popolazioni vicine, Sabini compresi, con le famiglie. Durante i giochi, a un segnale convenuto, i giovani romani rapirono le fanciulle sabine presenti, scatenando l’ira dei loro popoli. Ne seguì una guerra, culminata nell’assedio del Campidoglio grazie al tradimento di Tarpea, avvenuto proprio sul Palatino.
Il conflitto si risolse in modo memorabile: le donne sabine, ormai spose e madri a Roma, si frapposero tra gli eserciti dei mariti romani e dei padri sabini, supplicando la pace. Ne scaturì non solo la fine delle ostilità ma la fusione dei due popoli sotto un’unica città, retta per un periodo dai due re Romolo e Tito Tazio. Il mito, oltre a spiegare le origini “miste” del popolo romano, è stato interpretato nei secoli come racconto fondativo del matrimonio romano e, in epoca moderna, riletto criticamente alla luce della violenza che il termine “ratto” comporta.
Il racconto ha una funzione giuridica prima che narrativa: spiega l’origine del matrimonio romano e delle sue formule. Livio insiste sul fatto che Romolo, dopo il rapimento, si rivolge personalmente alle donne promettendo loro lo statuto di mogli legittime con tutti i diritti civili, e che il grido rituale «Talassio» pronunciato nelle nozze romane deriverebbe da quell’episodio. La violenza iniziale viene quindi convertita in istituto, e le Sabine passano da prede a matrone titolari di diritti.
La scena decisiva è però la seconda. Quando i Sabini di Tito Tazio attaccano Roma per riprendere le figlie, sono le donne stesse a gettarsi tra i due eserciti schierati, con i figli in braccio, dichiarando di non voler restare né vedove né orfane: la guerra si interrompe e si conclude con la fusione dei due popoli in una sola cittadinanza sotto un regno condiviso. Il mito serve così a fondare l’idea che sarà il tratto distintivo della politica romana — l’incorporazione dei vinti come cittadini — e non è casuale che il Palatino conservasse la memoria dei giochi in onore di Nettuno durante i quali il ratto fu compiuto. La lettura di Tito Livio ne fa un episodio di diplomazia femminile.
Questo mito è collegato anche a Remo.
