Periodo storico
Attestata nella Povest' vremennykh let (XII sec.) e nel pantheon di Vladimir I di Kiev (980-988 d.C.)
Tipologia
Domini
Riferimenti
Fonti
Povest' vremennykh let (Cronaca degli anni passati), XII secolo

Mokosh

Мокошь (Mokoš)
Unica divinità femminile maggiore del pantheon slavo, dea della terra, della tessitura e della sorte delle donne.

Mokosh è l’unica divinità femminile di rango maggiore attestata con certezza nel pantheon slavo pre-cristiano, dea della terra fertile, della tessitura, della filatura e della sorte, protettrice delle donne e della vita domestica. La Povest’ vremennykh let la include tra gli idoli eretti a Kiev dal principe Vladimir I nel 980, unica presenza femminile accanto a Perun e alle altre divinità maschili del pantheon principesco, un dettaglio che gli studiosi leggono come prova dell’importanza del suo culto agrario e domestico presso la popolazione, distinto da quello guerriero e politico riservato a Perun.

Il suo nome deriva probabilmente dalla radice slava per “umido” (mokryj), che la lega alle piogge fertilizzanti e all’umidità della terra madre (Mat’ Syra Zemlya, “Madre Terra Umida”), una personificazione della terra venerata parallelamente in tutta l’area slava orientale fino in epoca moderna. Come Demetra nel mondo greco, Mokosh presiede alla fertilità dei campi e al ciclo delle stagioni, ma a differenza della dea greca il suo dominio si estende esplicitamente al lavoro femminile domestico: filare la lana di domenica o durante le feste a lei dedicate era considerato un tabù capace di attirare la sua ira, al punto che il folklore contadino russo continuò a rispettare questa proibizione ben oltre la cristianizzazione ufficiale.

Dopo il 988, il culto di Mokosh confluì quasi interamente nella venerazione di Santa Paraskeva Pyatnitsa (“venerdì”), patrona delle filatrici e delle tessitrici, il cui giorno sacro settimanale ereditò gran parte dei tabù e dei rituali un tempo associati alla dea pagana; anche l’iconografia popolare russa, che ritrae la Mokosh folklorica con grandi mani e un corno d’abbondanza mentre veglia sulle filatrici nelle isbe contadine, sopravvisse nei ricami tradizionali e negli amuleti fino al XX secolo, offrendo agli etnografi una delle testimonianze più ricche sulla religiosità femminile slava precristiana.

Accanto a Mat’ Syra Zemlya, alcune fonti etnografiche del XIX secolo associano Mokosh anche alle Rožanicy, spiriti femminili del destino e della nascita venerati con banchetti rituali dopo il parto, suggerendo un ruolo di dea del fato analogo a quello svolto da altre triadi di divinità della sorte nelle mitologie indoeuropee; la sovrapposizione tra queste figure resta però dibattuta, poiché le fonti medievali che le nominano sono scarse e spesso filtrate dalla condanna dei predicatori cristiani, che le citano principalmente per vietarne il culto residuo nelle campagne.

La sopravvivenza di Mokosh nel folklore russo è tra le più capillari dell’intero pantheon slavo proprio perché il suo culto, a differenza di quello guerriero di Perun, era profondamente radicato nella vita quotidiana delle donne contadine: filatura, tessitura, cura del bestiame domestico e assistenza al parto restarono per secoli attività sotto la sua tacita protezione, anche quando il suo nome pagano era ormai dimenticato e sostituito da quello della santa cristiana. Questa continuità silenziosa, più che le poche righe dedicatele dalle cronache medievali, è ciò che ha permesso agli studiosi moderni di ricostruire l’ampiezza reale del suo culto nella Russia precristiana.

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