Il makara è una creatura composita della mitologia indiana, rappresentata come un ibrido acquatico che unisce tratti di più animali: la testa e la mascella possono richiamare quelle di un coccodrillo o di un elefante, il corpo può presentare squame di pesce, e la coda si arriccia spesso in forma di pesce o di pavone, dando origine a una delle figure più composite e variabili dell’intero bestiario mitologico indiano.
Nell’iconografia religiosa induista il makara è soprattutto noto come vahana, il veicolo animale, della dea fluviale Ganga e del dio Varuna, signore delle acque cosmiche e custode dell’ordine universale (rita): cavalcare o accompagnarsi a un makara sottolinea il dominio di queste divinità sulle acque, sia quelle terrestri dei fiumi sacri sia quelle primordiali dell’oceano cosmico da cui, in molte cosmogonie indiane, ha origine l’intera creazione.
Il makara compare inoltre come emblema dello zodiaco indiano, dove corrisponde al segno del Capricorno (Makara Rashi), e come motivo decorativo ricorrentissimo nell’architettura templare di tutto il subcontinente e del sud-est asiatico, scolpito agli angoli delle porte, lungo le grondaie e alla base delle balaustre, dove la sua bocca spalancata funge spesso da sorgente simbolica da cui sgorgano altre figure decorative, un motivo noto come makara-torana.
Come guardiano delle soglie templari e delle porte sacre, il makara svolge una funzione apotropaica di protezione contro le influenze negative, mentre come cavalcatura divina incarna il principio della forza primordiale e caotica dell’acqua addomesticata e messa al servizio dell’ordine cosmico custodito da divinità come Vishnu e Shiva, entrambi associati in vari contesti rituali e iconografici alle acque sacre e ai fiumi che il makara stesso simboleggia.
La diffusione del makara ben oltre i confini del subcontinente indiano è uno degli esempi più chiari dell’influenza culturale indiana nel sud-est asiatico: la creatura compare, spesso fusa con motivi locali, nell’arte templare della Thailandia, della Cambogia (dove agli angoli dei tetti dei templi khmer si intreccia con la figura del naga) e dell’Indonesia, dove a Bali il termine stesso “makara” designa ancora oggi un elemento decorativo standard dell’architettura sacra. Questa capacità di adattarsi a contesti culturali diversi pur mantenendo la propria funzione di guardiano delle soglie e simbolo delle acque primordiali testimonia la forza archetipica dell’immagine stessa, capace di attraversare confini linguistici e religiosi restando riconoscibile in tutta l’Asia meridionale e sud-orientale.
Makara e Garuda: due vahana agli antipodi simbolici
Il makara trova un interessante contrappunto iconografico in Garuda, l’aquila divina che funge da vahana di Vishnu: se il makara incarna le acque primordiali, cupe e insondabili, Garuda rappresenta il cielo, la luce solare e il volo. Nei racconti puranici i naga (di cui il makara è spesso alleato iconografico) sono proprio le prede tradizionali di Garuda, così che le due creature-veicolo finiscono per rappresentare, nell’immaginario induista, la polarità cosmica tra l’elemento acqueo-ctonio e quello aereo-solare, entrambi comunque subordinati e messi al servizio dell’ordine divino.
Il makara-torana nell’architettura sacra dell’Asia meridionale
Il motivo del makara-torana, l’arco decorativo che si diparte dalle fauci spalancate della creatura, raggiunge una delle sue espressioni più compiute nei templi dell’India orientale, come il tempio del Sole di Konark in Odisha, dove intere cornici scultoree sono organizzate attorno a questo schema. Il medesimo principio compositivo, portato dai contatti commerciali e religiosi lungo le rotte marittime dell’Oceano Indiano, si ritrova rielaborato nei templi khmer di Angkor e nei santuari buddhisti di Giava, dove il makara continua a segnare simbolicamente il passaggio tra lo spazio profano esterno e quello sacro interno, in una continuità iconografica che attraversa quasi due millenni di storia religiosa asiatica.
