Il marakihau è un mostro marino della tradizione māori, raffigurato con un corpo per metà umano e per metà simile a una creatura acquatica, spesso munito di coda di pesce o di serpente, ma la sua caratteristica più inquietante e distintiva è la lunga lingua tubolare, avvolta a spirale, con cui secondo la tradizione risucchia canoe intere e i marinai che vi si trovano a bordo.
A differenza del più generico taniwha, categoria ampia che comprende mostri d’acqua di ogni genere legati a laghi, fiumi e coste, il marakihau è una figura più specifica, associata quasi esclusivamente al mare aperto e alla minaccia che esso rappresenta per i naviganti, un pericolo particolarmente sentito in una cultura di grandi navigatori oceanici come quella māori e polinesiana in generale.
L’immagine del marakihau compare frequentemente nell’intaglio tradizionale māori (whakairo), scolpita su travi di case cerimoniali (wharenui) e su prue di canoe da guerra (waka taua), dove la sua rappresentazione stilizzata, con la lingua a spirale ben visibile, funge sia da monito sui pericoli del mare sia da figura apotropaica, capace paradossalmente di proteggere l’imbarcazione proprio evocando ed esorcizzando simbolicamente la minaccia che rappresenta.
Nella tradizione orale il marakihau viene talvolta associato a divinità e figure del mare affrontate anche da eroi come Maui, il grande pescatore di isole, sottolineando come l’oceano nella cosmovisione polinesiana non sia mai un semplice sfondo geografico ma un dominio abitato da potenze proprie, alternativamente nutrici e minacciose, che gli eroi e i naviganti devono continuamente negoziare, placare o affrontare per garantirsi il passaggio sicuro tra le isole.
Alcuni studiosi hanno accostato la lingua tubolare del marakihau a strumenti musicali tradizionali della cultura māori come il pūtātara (tromba di conchiglia) o il pūtōrino, suggerendo che l’immagine del mostro possa aver assorbito e reinterpretato in chiave mitologica la forma stessa di questi oggetti sonori usati per comunicare a lunga distanza sull’acqua; altre letture, più orientate al piano simbolico, vedono nel gesto del risucchio una metafora della forza imprevedibile delle correnti oceaniche e dei vortici capaci di inghiottire senza preavviso anche le imbarcazioni più solide, un pericolo concreto e ben noto ai naviganti polinesiani che percorrevano rotte lunghissime tra le isole del Pacifico.
Nella tradizione orale il marakihau viene talvolta descritto come guardiano di particolari tratti di costa o di passaggi marini pericolosi, quasi un antenato mitico delle rotte che i naviganti dovevano imparare a conoscere e rispettare: raccontarne le imprese ai giovani significava, in pratica, trasmettere loro anche una forma di sapere geografico e nautico vitale per la sopravvivenza, dimostrando ancora una volta come nella cultura polinesiana il mito e la conoscenza pratica del mare fossero inseparabili.
