Pazuzu è, nella religione e nella magia mesopotamica del I millennio a.C., il re dei demoni del vento, una figura terrificante nell’aspetto ma paradossalmente protettiva nella funzione: raffigurato con corpo umano squamoso, ali spiegate, artigli di rapace al posto dei piedi, coda di scorpione e un volto ibrido tra il canino e il leonino dagli occhi sporgenti, Pazuzu personifica il vento sud-occidentale, portatore di siccità nei mesi caldi ma anche, secondo alcune interpretazioni, di locuste e carestia.
Nonostante l’aspetto mostruoso, Pazuzu occupa un ruolo ambiguo e per certi versi benevolo nel sistema religioso mesopotamico: viene invocato soprattutto come protettore contro un pericolo ancora più temuto, la demonessa Lamashtu, divoratrice di neonati e minaccia mortale per le donne incinte e i bambini appena nati. Piccole statuette di Pazuzu venivano appese alle porte delle case o poste vicino ai letti delle partorienti proprio per scongiurare l’intervento di Lamashtu, in un meccanismo apotropaico tipico della magia mesopotamica secondo cui un demone temibile può essere reso alleato contro un pericolo ancora peggiore.
La testa di Pazuzu, spesso realizzata come amuleto a sé stante da indossare al collo, è tra gli oggetti magici più diffusi e meglio conservati dell’antica Mesopotamia, e la sua iconografia distintiva, con la bocca spalancata in un ringhio permanente, doveva servire anch’essa a intimorire e allontanare le forze malevole semplicemente attraverso la sua presenza visibile.
Come signore dei venti, Pazuzu si inserisce in un più ampio sistema cosmologico mesopotamico in cui le forze atmosferiche sono governate da un insieme di divinità ed entità intermedie subordinate a divinità maggiori come Enlil, signore dell’aria e del vento nel pantheon sumero-accadico, mentre il suo ruolo di guardiano contro le minacce provenienti dal regno dei morti lo pone in un rapporto di tensione simbolica anche con il dominio di Ereshkigal, sovrana degli inferi mesopotamici da cui, secondo alcune tradizioni, la stessa Lamashtu trarrebbe origine.
La fama di Pazuzu è sopravvissuta fino all’età contemporanea in modo del tutto inatteso: una delle statuette più celebri della sua iconografia, conservata al Louvre, è diventata nota al grande pubblico per aver ispirato l’aspetto del demone protagonista del film horror “L’esorcista” (1973), diretto da William Friedkin sulla base del romanzo di William Peter Blatty, contribuendo così a trasformare quello che nella Mesopotamia antica era percepito come un protettore contro il male in un simbolo del male stesso nell’immaginario popolare moderno, un capovolgimento di senso che ben illustra quanto la ricezione successiva di una figura mitologica possa discostarsi profondamente dal suo significato religioso originario.
