La Lupa Capitolina, l’immagine della lupa che allatta i due gemelli Romolo e Remo, è forse il simbolo più immediatamente riconoscibile dell’intera civiltà romana, rappresentando l’atto fondativo attraverso cui la città avrebbe ricevuto protezione divina proprio nel momento di massima vulnerabilità dei suoi futuri fondatori.
Secondo la tradizione, i gemelli, figli del dio Marte e della vestale Rea Silvia, furono abbandonati appena nati sulle rive del Tevere in piena per ordine dello zio usurpatore Amulio, re di Alba Longa, che temeva una futura vendetta da parte dei nipoti legittimi al trono; portata dalla corrente fino ai piedi del colle Palatino, la cesta con i neonati si arenò presso un fico sacro, il Ficus Ruminalis, dove una lupa, attirata dai loro vagiti, li trovò e, invece di sbranarli, li allattò e li protesse come se fossero i propri cuccioli.
Fu proprio in quello stato di protezione ferina che i due gemelli, in seguito trovati e adottati dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larentia, vennero salvati dalla morte certa e poterono crescere fino a diventare gli uomini che avrebbero fondato Roma; l’episodio della lupa, per la sua straordinaria capacità evocativa, divenne ben presto uno dei soggetti artistici più rappresentati nella cultura visiva romana, dalle monete alle sculture pubbliche, fino alla celebre statua bronzea oggi conservata nei Musei Capitolini, alla quale nel Rinascimento furono aggiunte le figure dei due gemelli.
Il valore simbolico della Lupa Capitolina va ben oltre il semplice episodio narrativo legato a Romolo: essa rappresenta l’idea stessa di una città capace di trasformare l’abbandono e il pericolo iniziale in un segno di predestinazione divina, incarnando al tempo stesso la ferocia e la forza protettiva necessarie a una nazione destinata, secondo l’autorappresentazione romana, a dominare il mondo conosciuto partendo da origini tanto umili quanto prodigiose.
Gli studiosi hanno a lungo dibattuto sull’origine della celebre statua bronzea oggi identificata come Lupa Capitolina, con alcune analisi stilistiche che ne collocano la fusione in epoca etrusca, tra il VI e il V secolo a.C., mentre altre datazioni più recenti la collocherebbero addirittura in età medievale: indipendentemente da questa disputa filologica sulla sua effettiva antichità materiale, l’immagine della lupa allattante è rimasta ininterrottamente, per oltre duemila anni, il simbolo iconografico più immediatamente associato all’identità stessa della città di Roma, tanto da essere adottata ancora oggi come emblema ufficiale del comune capitolino.
La lupa, Marte e la legittimazione divina del sangue romano
La scelta di attribuire ai gemelli una paternità divina non era un dettaglio narrativo secondario, ma il fondamento stesso su cui i romani costruirono la propria identità collettiva: se Roma discendeva direttamente da Marte, ogni sua conquista militare poteva essere letta come l’espressione naturale di un destino impresso nel sangue dei suoi fondatori, e non a caso questa genealogia divina venne rivendicata e rilanciata secoli dopo da figure come Giulio Cesare e Augusto, che ne fecero uno strumento di legittimazione politica tanto quanto religiosa, saldando il mito arcaico della lupa alle ambizioni imperiali di Roma.
Il destino di Remo e le ombre della fondazione
Dietro l’immagine armoniosa della lupa che allatta con eguale cura entrambi i gemelli si cela tuttavia un racconto ben più inquietante, quello della morte di Remo per mano del fratello, ucciso, secondo le versioni più diffuse, per aver deriso o oltrepassato il solco sacro tracciato da Romolo a delimitare i confini della nuova città; questo episodio di fratricidio, spesso attenuato o relegato sullo sfondo nelle rappresentazioni artistiche incentrate sulla sola lupa, ricorda come il mito fondativo romano conservi al proprio interno una tensione irrisolta tra protezione e violenza, tra un’origine miracolosa e un peccato di sangue che accompagnerà simbolicamente la storia della città.
